Costruire una storia

Nel 2020 Santarcangelo Festival compirà cinquant’anni.
In vista di questo importante appuntamento è stata avviata una serie di attività d’indagine, riflessione e confronto differenti con l’obiettivo non solo di ricostruire e raccontare la vicenda del Festival, ma di avviare un processo di ricerca condiviso, aperto fra passato e futuro, fra la specificità di un’esperienza, dei luoghi e delle persone che l’hanno segnata, le connessioni con i processi di innovazione nel campo delle arti performative e più ampiamente con il contesto artistico, culturale e socio-politico degli ultimi cinquant’anni.

Costruire una storia: un ciclo di incontri con i direttori del Festival

Uno degli assi portanti del progetto è costituito da un ciclo di incontri dedicati alle direzioni artistiche che si sono avvicendate nella conduzione delle diverse edizioni, la cui mutazione, negli anni, è uno dei caratteri distintivi e rappresentativi di Santarcangelo Festival.
Mettere al centro dell’indagine il racconto storico-critico delle diverse figure che hanno guidato il Festival consente di ricostruire e analizzare un determinato approccio alla direzione artistica: non solo lasciando emergere differenti idee e pratiche di curatela, ma anche aprendo il campo alle visioni – di festival, di teatro, di cultura – che le hanno animate, ai progetti pensati e realizzati o meno, ai processi di pensiero, artistici e politico-organizzativi che sono stati di volta in volta messi in campo.
Dall’altro lato, il variare della direzione artistica implica un particolare accento sulla dimensione relazionale del Festival, convocando nella discussione le modalità dei rapporti secondo cui i direttori hanno voluto caratterizzare il proprio operato: rispetto al gruppo di lavoro con cui hanno collaborato e al contesto locale, istituzionale, politico e di comunità; ma anche più ampiamente in connessione alle tendenze di natura artistica e socio-antropologica che caratterizzano un determinato periodo, anticipandone le prospettive, accogliendole oppure anche – come talvolta è accaduto – spiazzandole alla radice e rilanciandone le sfide.

Il ciclo d’incontri prenderà forma in un percorso molteplice e unitario che si articolerà lungo i prossimi due anni in alcuni luoghi-chiave che hanno segnato il Festival sia nel territorio della città romagnola sia in altri contesti nazionali importanti per la sua vicenda e per quella della cultura teatrale italiana, con l’obiettivo sia di “costruire” – come recita il titolo – una possibile storia della manifestazione attraverso alcune tappe essenziali, rappresentate dall’avvicendarsi delle diverse figure che l’hanno scandita e guidata; ma anche – tramite la condivisione pubblica di questi momenti di racconto e analisi – di offrire degli spunti alla riflessione e alla discussione comune, innescando così un processo di confronto capace di coinvolgere anche gli artisti e gli spettatori che negli anni – ciascuno a proprio modo – hanno partecipato al Festival. Nell’idea di poter costruire così, a partire da alcuni punti specifici, una storia aperta, il più possibile condivisa e corale insieme ai punti di vista altri che vorranno accoglierla e contribuire ad arricchirla e svilupparla.


Costruire una storia: Sandro Pascucci
26 novembre 2018, ore 21
Biblioteca “A. Baldini”, Santarcangelo di Romagna

Il primo incontro che inaugura il ciclo Costruire una storia avrà come protagonista Sandro Pascucci, Presidente dell’associazione Santarcangelo dei Teatri dal 2007 che, a seguito delle dimissioni dell’allora direttore Olivier Bouin, l’anno successivo assume il coordinamento del Festival. La 38a edizione, nel 2008, rappresenta uno snodo importante di questa storia sia in campo artistico che dal punto di vista politico-culturale, perché il Presidente pone in partenza la questione del rinnovamento del Festival nella duplice ottica tanto della sua continuità quanto delle possibili mutazioni da attivare: convocando una serie di artisti, intellettuali e operatori a ragionare sul futuro della manifestazione e innescando un processo di riflessione partecipato che conduce a una proposta di rifondazione dell’idea stessa di direzione artistica in chiave collegiale (sarà questa la formula adottata nel progetto del triennio successivo, che affianca tre importanti artisti – Chiara Guidi, Enrico Casagrande, Ermanna Montanari – in un percorso allo stesso tempo specifico e condiviso).
Fra processi d’innovazione artistica e politica, incontro fra le arti e fra le comunità, l’apertura alla dimensione della piazza e la protezione degli ambienti della ricerca, il passato e il futuro di un’istituzione che nella sua storia ormai cinquantennale non ha mai smesso di ripensarsi, innumerevoli sono i temi e le questioni chiave che emergeranno nel contesto dell’incontro con Sandro Pascucci, Presidente e direttore “di fatto” fra il 2007 e il 2008; ma anche per diversi anni Sindaco di Longiano e, prima ancora, lì promotore della riapertura del Teatro Petrella, storica sala ottocentesca di cui diventerà direttore; oltre che spettatore attento delle diverse edizioni del Festival e fin dagli anni della formazione vicino all’estetica, alla musica, all’arte contemporanea e al teatro.


Costruire una storia: Silvio Castiglioni
10 dicembre 2018, ore 21
Biblioteca “A. Baldini”, Santarcangelo di Romagna

Silvio Castiglioni è un testimone d’eccellenza del Festival: dal suo arrivo a Santarcangelo nell’edizione del ’77 insieme al Gruppo di Ventura, poi collaborando alla manifestazione in vari ruoli, fino alla condirezione al fianco di Leo de Berardinis per arrivare alla sua direzione artistica (1997-2005), che transita il Festival dal vecchio al nuovo millennio.
Attore e ricercatore teatrale, Silvio Castiglioni è fra i fondatori del CRT di Milano, che ha anche diretto nel 2011 e 2012. Ha lavorato tra gli altri con Eugenio Barba, Raùl Ruiz e Federico Tiezzi. Ha scritto e interpretato Remengòn, voci dalla guerra, da un racconto di Nuto Revelli, e Filò, dal poema di Andrea Zanzotto. Ha realizzato gli spettacoli Viaggio in Armenia da Osip Mandel’stam (2006), Casa d’altri da Silvio D’Arzo, Domani ti farò bruciare da Fëdor Dostoevskij (2008-10), Il vampiro da J.W.Polidori e Marina Cvetaeva, Storia della colonna infame da A. Manzoni (2011), L’uomo è un animale feroce da Nino Pedretti, Nel labirinto da Raffaello Baldini (trasmessi anche da Rai Radio Tre). Recentemente ha interpretato la figura del pittore Pietro Ghizzardi in Casa Ghizzardi: mi richordo anchora, per CRT/Triennale di Milano. Nel 2017 Concerto per jack London col grande trombettista Fabrizio Bosso e la ripresa di Storia della colonna infame da A. Manzoni; e nel 2018 The Fisher and the Crow, con Sarah Jane Morris. Nell’ottobre 2018 ha adattato per la scena e interpretato La lucina, dal romanzo di Antonio Moresco, con le immagini di Georgia Galanti. È stato docente presso l’American Repertory Theatre di Harvard University. Attualmente insegna all’Università Cattolica di Brescia, e all’Accademia dei Filodrammatici di Milano.


Costruire una storia: Silvia Bottiroli
19 giugno 2019, ore 21
Sferisterio, Santarcangelo di Romagna

Qual è il posto di un Festival nella città che lo accoglie, il suo ruolo in rapporto alla comunità sociale e artistica che lo frequenta e coltiva? Come le forme di vita che qui si sviluppano possono o meno entrare in relazione con il mondo di oggi? In che maniera l’arte può incidere sulla realtà, e viceversa? Queste sono alcune delle domande sulla funzione del Festival che, condivise attraverso una profonda interrogazione sullo spazio pubblico, si levano dall’esperienza di Silvia Bottiroli a Santarcangelo (2012-2016), con la condirezione il primo anno di Cristina Ventrucci e Rodolfo Sacchettini, poi con quest’ultimo nel 2013-’14.
Dottore di Ricerca in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università di Pisa, Silvia Bottiroli è autrice di diversi testi sulla scena contemporanea, dedicati in particolare alle dinamiche collaborative e di creazione collettiva, ai valori etici e politici della performance, alle implicazioni della creazione artistica e della spettatorialità sulla società e alle questioni legate alle curatela e al ripensamento delle istituzioni artistiche.
Ha lavorato come producer per la Socìetas Raffaello Sanzio e ha supervisionato diversi progetti critici, curatoriali ed educativi, ripensando possibili modalità di produzione e condivisione di sapere nell’ambito delle arti performative, collaborando tra gli altri con The School of Visual Theatre a Gerusalemme, Homo Novus Festival a Riga, Gent University, Vooruit e Campo a Gent, Aleppo a Brussels. Nel 2018 ha curato il programma “The May Events” per Vooruit Kunstcentrum a Gent e Kunstenfestivaldesarts a Bruxelles.
Dal 2011 insegna all’Università Bocconi di Milano, dove tiene la cattedra di Metodo, Critica e Ricerca delle Discipline Artistiche / Teatro. Nel 2017 ha curato il programma Anywhere, Anywhere Out of This World per DAS Master of Theatre ad Amsterdam, e progettato con Piersandra Di Matteo il Master Curating Performing Arts per IUAV a Venezia.
Dal 2018 è direttrice artistica di DAS Theatre, Master Program della Academy of Theatre and Dance di Amsterdam.


Costruire una storia: Chiara Guidi, Enrico Casagrande, Ermanna Montanari
22 ottobre 2019, ore 15
DAMSLab / Auditorium
Piazzetta Pier Paolo Pasolini 5b, Bologna

Il triennio 2009-2011 del Festival di Santarcangelo viene diretto, nell’ordine, da Chiara Guidi della Socìetas (2009), Enrico Casagrande dei Motus (2010), Ermanna Montanari del Teatro delle Albe (2011), che – insieme a un coordinamento critico-organizzativo composto da Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci – decidono di operare collegialmente su alcune questioni di fondo del senso e del ruolo del Festival, declinandole poi secondo una propria specifica visione all’interno delle diverse edizioni.

La scelta viene da una proposta formulata da Piergiorgio Giacchè, antropologo da vari anni vicino al Festival, chiamato ad avanzare un’ipotesi di rinnovamento su invito dell’allora Presidente dell’Associazione Santarcangelo dei Teatri Sandro Pascucci – che, a seguito delle dimissioni del precedente direttore, aveva assunto temporaneamente la guida dell’edizione 2008 affidandola ad artisti, intellettuali e operatori – e con la collaborazione con Fabio Biondi.
L’idea di Giacchè riflette alcuni elementi peculiari della storia della rassegna, rilanciandoli al futuro: la particolarità del territorio in cui opera, che negli anni aveva conquistato il nome di “Romagna Felix” del teatro; la capacità rigenerativa che l’ha sempre caratterizzata, sia nel favorire la nascita di nuovi gruppi e realtà, sia nel concretizzare progetti altrimenti impossibili da realizzare; il rapporto che qui si è sempre coltivato fra artisti e istituzioni, fra teatro e politiche; e, non da ultima, l’idea che la direzione artistica della manifestazione potesse essere declinata al plurale nella relazione fra alcuni artisti-guida, in dialogo di grande rilievo e di base in Romagna, che negli anni hanno coltivato un rapporto particolare con la manifestazione, e di porla in dialogo con figure operanti negli ambiti della critica e del pensiero, così come dell’organizzazione e della curatela.

Il lavoro nello spazio pubblico, sulla partecipazione e sulla relazione con la città; l’impegno in dimensioni extra-spettacolari, nel campo dell’accoglienza e della sostenibilità; la scoperta e l’utilizzo di nuovi luoghi teatrali; la condivisione di un segno grafico e delle relazioni con la comunità artistica locale, nazionale e internazionale; la concentrazione sui processi di creazione, anche tramite la pratica delle residenze, e sulla proposta di nuove opere per Santarcangelo sono alcuni degli assi portanti del triennio, che si applicano poi nel programma definito da Chiara Guidi in rapporto alla musica e alla sonorità, in quello realizzato da Enrico Casagrande intorno al possibile intervento dell’arte sulla realtà, e nel percorso di Ermanna Montanari incentrato sull’attore, colto sia nella dimensione solitaria della “monade” sia in quella aperta della coralità.
L’esito, accompagnato dal lavoro continuativo di tessitura del coordinamento critico-organizzativo, è quello di una progettualità plurale che si esprime anzitutto nel recupero del titolo originario della manifestazione, “Festival Internazionale del Teatro in Piazza”, nell’intenzione di un rinnovamento profondo che si origina dagli elementi strutturali e storici del Festival di Santarcangelo: il rapporto con le comunità che storicamente l’hanno pensato, coltivato, sviluppato, quella temporanea degli artisti e quella degli abitanti della città.


Costruire una storia: Piero Patino
Un incontro con Rita Giannini
22 novembre 2019, ore 18.30
Biblioteca “A. Baldini”, Santarcangelo di Romagna

1971. Dal 15 al 25 luglio, a Santarcangelo, s’inaugura il primo Festival Internazionale del Teatro in Piazza, progetto assolutamente eccezionale, al tempo unico nel suo genere in Italia, destinato ad aprire nel nostro Paese la lunga, straordinaria vicenda dei festival dedicati alle arti performative della sperimentazione e della ricerca. Agli albori della manifestazione, c’è un primo direttore: Piero Patino, avvocato romano con una fortissima passione per il teatro tanto da diventare regista, capitato in tournée in Romagna e fortunosamente entrato in contatto con Flavio Nicolini, poi con l’allora Sindaco di Santarcangelo Romeo Donati, la sua giovane équipe politico-amministrativa e una Pro Loco da poco completamente rinnovata.

Fin dalla prima edizione del Festival, emergono così quelle che – poi variamente declinate – saranno le caratteristiche strutturali dell’istituzione nei successivi cinquant’anni: un fittissimo intreccio fra arte, politica e società, che nasce dalla dialettica fra la dimensione territoriale e quella nazionale e internazionale; e che si esprime nell’incontro fra i particolari luoghi en plein air del centro storico e le più profonde inquietudini dell’arte scenica contemporanea, fra le comunità di cittadini e artisti che si riuniscono intorno al Festival. Una nuova politica, estremamente attiva anche in campo culturale; una nuova generazione di giovani, impegnata a tutto tondo in un rinnovamento sociale e artistico; un Nuovo Teatro, che proprio fra anni Sessanta e Settanta si sta ripensando radicalmente oltre lo spettacolo inteso in senso tradizionale – sono queste le tre forze che si trovano a fondamento del Festival di Santarcangelo, che negli anni l’hanno nutrito, interrogato, sviluppato.
Già nei primi anni, però, si pongono anche domande pressanti sul senso, il modo e il ruolo della rassegna – così come delle arti sceniche e delle politiche culturali, in parallelo con quanto andava accadendo in Italia e all’estero, fuori e dentro i palcoscenici: è in questa fase che nasce l’idea di trascendere la forma-festival a favore di un’attività continuativa sul territorio; di battere strade amministrative inedite per consentire nuovi sviluppi (artistici e non solo); di sperimentare una gestione solidamente pubblica, capace di accogliere e sostenere la sperimentazione performativa tessendo una serie di linee di continuità decisive all’interno dell’intera vicenda del Festival.

Nelle prime edizioni della manifestazione passano le varie espressioni di teatri diversi, non ancora formalizzati in correnti e tendenze, lo slancio di varie parti politiche e di nuove esigenze socio-culturali che stavano costruendo un mondo per tanti versi nuovo. Ed è osservando il “prisma” dei primi programmi del Festival Internazionale del Teatro in Piazza che è possibile vedere all’opera tutte queste energie, anche nella loro inaspettata, efficace interazione: proveremo a sondarle grazie alla guida di Rita Giannini, giornalista e scrittrice, autrice del libro “Una storia meravigliosa”. Il Festival del Teatro in Piazza a Santarcangelo.


Costruire una storia: Antonio Attisani
10 dicembre 2019, ore 17.30
Teatro Elfo Puccini – foyer
Corso Buenos Aires 33, Milano

Antonio Attisani è per due volte direttore del Festival di Santarcangelo: prima, nel 1981, invitato dal teatro di gruppo che allora aveva nella manifestazione uno dei suoi maggiori punti di riferimento, aprendo ad artisti di differenti provenienze, generazioni, linguaggi, ha posto una domanda profonda sul rapporto fra Mestiere e sentimenti, fra “ciò che possediamo” (la tecnica, la professionalità) e “ciò che ci possiede” (la passione che all’epoca spingeva decine di giovani a fare teatro), il cui interrogativo riecheggia negli anni seguenti, dentro e fuori le edizioni successive del Festival. La sua seconda direzione artistica – dal 1989 al 1993 – riprende e sviluppa la questione in coincidenza a un periodo di radicale mutazione nell’arte come nella cultura, nella politica, nella società: Rivedere l’orizzonte è il titolo-programma con cui s’inaugura un percorso che approda poi a un progetto triennale posto all’insegna del Lavoro d’arte comune, mirato a trascendere le logiche convenzionali della forma-festival, condiviso da un lato con il “teatro indipendente” – una serie di artisti difficilmente inquadrabili secondo le categorie critiche consolidate – e dall’altro con i suoi “liberi spettatori”.

In questa fase, Santarcangelo dei Teatri – che dall’89 diventa “d’Europa”, aprendosi progettualmente agli scenari internazionali – aspirava a trasformarsi in un centro all’opera tutto l’anno, configurando nei fatti un’alternativa dove l’indipendenza corrispondeva a un pensiero e a una pratica che si situavano al di là sia delle grandi istituzioni pubbliche sia del teatro privato; la fruizione di prodotti scenici si ampliava alla costruzione di processi pluriennali con gli artisti e alla loro contestualizzazione tramite la messa in campo di diverse possibilità d’incontro con lo spettatore; l’esperienza performativa si ripensava anche in dialogo con altri campi del sapere, dell’arte e della cultura (dal cyberpunk alla filosofia, dalla politica teatrale alla geopolitica mondiale).

E se occorreranno ancora vari anni per consolidare un approccio al Festival di carattere continuativo, processuale, transdisciplinare, le questioni che si pongono in nuce fra anni Ottanta e Novanta risultano per molti versi ancora estremamente attuali. Come scriverà Attisani a ridosso del secondo mandato in occasione della riedizione di Teatro come differenza (1978-1988), fra le sue due direzioni artistiche si era “in mezzo a un guado difficilissimo tra due epoche”: “ragionare sul teatro” – allora come oggi – “non si può senza […] guardare al mondo e capire dove va”, e chiedersi “dentro a esso che funzione può avere il teatro e nel teatro in che modo stare”.

Antonio Attisani (1948) ha cominciato la sua carriera teatrale come attore, nel 1968, dapprima al Piccolo Teatro di Milano, poi nel Teatro del Sole e nel Gruppo della Rocca. Dal 1975 al 1981 ha diretto la rivista Scena e negli anni seguenti ha operato come critico teatrale e direttore, in due riprese, del Festival di Santarcangelo. Dal 1992 è stato professore di Culture del teatro alle università di Venezia “Ca’ Foscari” e di Torino fino al 2018. Tra le sue pubblicazioni si segnalano due monografie sul teatro del Tibet, diversi titoli dedicati al teatro contemporaneo (soprattutto Théâtre du Radeau, Grotowski, Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards) e infine al teatro yiddish.