Lia Rodrigues

Conversazione con la coreografa brasiliana Lia Rodrigues

di Rossella Menna

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Lia Rodrigues, lei nel 2004 ha fissato la sede della sua compagnia di danza nel Complexo da Maré, una delle più grandi favelas di Rio de Janeiro. Arrivava dalla grande danza internazionale: prima di fondare la sua compagnia ha lavorato con artisti come Maguy Marin. Come è accaduto che la danza l’abbia portata in una favela?

Non l’avevo di certo progettato. Sono arrivata lì, un passo dopo l’altro, per diretta conseguenza delle scelte di una vita, per andar dietro alle cose in cui credevo. Avevo bisogno di avvicinarmi fisicamente alle questioni di cui discutevo da anni perché i pensieri e le azioni cominciassero a coincidere. Volevo andare incontro alle idee che mi animavano tanto, ecco.

Può dirci di più su queste idee?

Mi sembrava che in Brasile l’arte contemporanea fosse una cosa per pochi, lontana dalla maggioranza della popolazione. Volevo provare ad aprire un dialogo tra persone che non leggevano gli stessi libri, che non seguivano gli stessi filosofi, che conducevano vite diverse. La drammaturga Silvia Soter conosceva molto bene il lavoro della Redes da Maré, l’associazione che opera nella favela per garantire a chi ci abita i diritti fondamentali, istruzione, sviluppo, sicurezza, accesso a giustizia, arte e cultura. Tramite lei sono entrata in questa rete.

Cosa ha fatto una volta arrivata lì?

A dire il vero non avevo un piano. Volevo guardarmi intorno, ascoltare, imparare. Ho capito subito che se mai ci sarebbe stato un progetto, avremmo dovuto costruirlo a partire da un incontro tra la Redes, Silvia e me. A quasi vent’anni di distanza siamo ancora lì, tutto il mio lavoro si svolge nella favela.

Dal 2003 a oggi avete fatto molte cose. La sua compagnia ha vinto decine di premi nel mondo. Nel 2009 è nato il Centro de Artes da Maré, e poi nel 2011 anche una vera e propria scuola, l’Escola Livre de Dança da Maré. Una compagnia, un centro artistico e una scuola. Chi gestisce tanto lavoro?

La compagnia la gestiamo io e un’amministratrice, Gloria Laureano. Con noi lavorano Thérèse Barbanel e Colette de Turville per la produzione e la distribuzione internazionale, e Gabi Gonçalves per la distribuzione nazionale. Quando devo scrivere un progetto per richiedere fondi statali al Brasile lavoro con un’esperta, Claudia Oliveira. La drammaturga della compagnia, Silvia Soter, mi aiuta a ragionare sul progetto artistico e il funzionamento della compagnia. Amalia Lima, l’assistente che mi affianca da oltre vent’anni, mi aiuta invece a riflettere su come organizzare il lavoro quotidiano, a ragionare sul nostro repertorio e sui rapporti tra i danzatori. Sono circondata da persone veramente molto competenti in ambiti diversi, infatti le mie decisioni sono frutto di molti momenti di confronto e conversazioni.

E la scuola come funziona?

Il Centro delle Arti e la Scuola sono progetti gestiti insieme alla Redes da Maré. La scuola ha una direzione generale, una direzione pedagogica e artistica, una coordinatrice della formazione e poi naturalmente dei docenti. Il Centro delle Arti invece ha personale per le pulizie, l’accoglienza del pubblico e degli allievi e la gestione dei fondi, oltre a una direzione generale. Sul progetto scolastico lavoriamo in molti perché è articolato in due sezioni. Una aperta a tutti i residenti di Maré a cui accedono circa trecento persone di ogni età, l’altra, collegata strettamente alla mia compagnia, è dedicata a una quindicina di giovani allievi brasiliani selezionati (per lo più provenienti dalla favela), che partecipano a un percorso professionalizzante per il quale percepiscono anche una borsa di studio.

Da chi e come sono finanziate tutte queste attività?

Per quanto riguarda la compagnia, nel nostro Paese è sostenuta dal SESC di San Paolo (un’istituzione molto importante che ha il compito di garantire almeno in parte la possibilità di sopravvivenza degli artisti) e da una serie di festival di teatro e danza che fanno un lavoro davvero importante per le arti in Brasile, tra i quali la Bienal de Fortaleza e il Festival de Curitiba. Da circa tre anni finanziamo il nostro lavoro anche grazie ai nostri coproduttori e alle tournée all’estero, soprattutto in Europa. Tra l’altro sono artista associata di due teatri parigini, il CENTQUATRE e il Théâtre national de Chaillot, che mi sostengono in varie forme. E poi ho molti partner storici nel resto della Francia e in Germania, Portogallo e Belgio. Il Centro e la Scuola sono sostenuti invece da diverse istituzioni e fondazioni tra cui la Fondazione Hermès (fondazione francese, ndr), oltre a una serie di partner locali. Adesso stiamo sviluppando anche un programma con il fondo olandese Prince Claus che ci finanzia tramite il progetto Next Generation.

Come mai due fondazioni europee finanziano un’attività che si svolge in Brasile?

Perché sostengono il mio lavoro artistico in generale, investono sul lavoro della Redes da Maré e si fidano dei nostri progetti.

Non ha mai avuto paura che le difficoltà imposte dalla quotidianità nella favela e il fuoco della militanza facessero scivolare in secondo piano le necessità, anche tecniche oltre che poetiche, poste dal mondo della danza da cui proveniva?

Non faccio distinzioni tra ciò che è puramente artistico e ciò che in qualche modo è legato al “sociale”. Dire che cosa è arte e che cosa non lo è rappresenta l’ennesimo modo per esercitare il potere. La mia danza nasce nonostante e in virtù di certe condizioni. Per fare un esempio semplice: non è che la nostra compagnia si pone l’obiettivo di risolvere il problema della mancanza d’acqua nella favela, ma quel problema si impone nel nostro fare arte. La regola d’oro è così semplice! Ogni artista è libera/o di creare come e dove gli pare, perché creare significa inventarsi un altro modo di stare al mondo e di rapportarsi agli altri, e chi può dire quale sia il modo più corretto di farlo? Naturalmente le idee più nuove e originali ci stanno arrivando da chi vive e lavora fuori da quello che consideriamo “centro del mondo”.

Pensa di poter dire che il suo lavoro ha in qualche modo trasformato la favela?

No, il mio lavoro non ha cambiato la favela. Sono io che sono cambiata.

Nella mission della scuola leggo che l’idea di fondo è che danzatrici e danzatori che studiano al Maré possano arrivare a scegliere la danza come professione. Accade spesso? Ci sono esperienze di persone che hanno cominciato con lei e poi sono andate a lavorare con altre/i coreografe/i?

Quattro degli allievi della nostra prima classe (durata sette anni) ora vivono a Bruxelles. Gustavo lavora con vari altri coreografi dopo aver studiato alla PARTS (una celebre scuola belga di danza contemporanea, ndr), Rafale danza nella compagnia di Anne Teresa De Keersmaeker, Marllon et Luyd studiano alla PARTS, Karoll, Andrey, Larissa et Ricardo invece sono nella mia compagnia. Gli altri e le altre danzano a Rio o studiano all’Università. Ora stiamo lavorando con una nuova classe di sedici allieve/i. Buona parte del nostro lungo lavoro consiste nell’interrogarci su quale scuola vogliamo, e per quale mondo.

Com’è la situazione nella Maré in questo momento di emergenza Coronavirus?

Ovviamente è terribile. Ci sono problemi di igiene, l’acqua potabile scarseggia e le persone vivono in spazi troppo piccoli. La prevenzione è impossibile, mantenere le distanze e lavarsi frequentemente le mani sono indicazioni che non si possono seguire. La Redes da Maré ha attivato una grande campagna di distribuzione di alimenti, acqua e alcool, fa il possibile. Intanto non si sono fermate le irruzioni della polizia, che non rispetta mai la popolazione.

Nel 2014, alla vigilia della Coppa del Mondo FIFA, il governatore di Rio de Janeiro, Sergio Cabral ha avviato un processo definito di “pacificazione”, ovvero occupato militarmente il Complexo da Maré. Nelle parole di Cabral e degli altri governanti, l’installazione delle UPP (Unità di Polizia Pacificatrice) aveva l’obiettivo di “combattere le fazioni criminali e restituire alla popolazione pace e sicurezza”. Serviva a combattere il narcotraffico, insomma. Tuttavia, attivisti e giornalisti non allineati hanno denunciato fin da subito il fatto che lo scopo di una così violenta occupazione e dei conseguenti abusi sulla popolazione fosse in realtà un altro: essendo la favela collocata tra l’Avenida Brasil e la grande arteria di comunicazione Linha Vermelha, quell’area costituisce il corridoio di passaggio obbligato per chiunque dall’aeroporto voglia arrivare alla cidade maravilhosa e quindi anche per i turisti in arrivo per la Coppa del Mondo. L’esercito aveva perciò il compito di rendere quel corridoio sicuro e “pulito” per proteggere gli investimenti legati alla coppa del mondo. Tutto questo continua ad accadere?

Preferirei che a rispondere alla sua domanda fosse qualcuno più preparato di me su questi argomenti. Nel frattempo, suggerisco la lettura dei libri di Eliana Sousa Silva e i rapporti sui morti assassinati in Brasile e a Rio.

Negli ultimi due mesi il teatro, la danza, la musica sono stati trattati spesso come “contenuti” di intrattenimento per trascorrere più serenamente il periodo di isolamento nelle case. Naturalmente abbiamo sentito anche voci di artiste e artisti che hanno detto cose diverse e importanti. Altri ancora hanno preferito il silenzio. Lei sente di avere dei “doveri” in questo momento?

Io adesso sono estremamente preoccupata, e non ho alcuna intenzione di mettere in cantiere creazioni o altro. Non oso fare o dire niente. Ho bisogno di silenzio, non possiamo ripetere lo schema che ci ha strozzati fino ad ora, quest’ansia tutta capitalistica di produrre e consumare a ritmo continuo. Secondo me occorre aspettare e accettare questo stato in cui ci troviamo e l’idea di non riuscire a capire, a interpretare quello che sta succedendo. Non ho niente da dire. A malapena mi tengo in equilibrio. L’unico dovere che sento è quello di prestare attenzione a quelle persone che fanno lavori faticosi, pericolosi, mal pagati, senza diritti, anche per garantire a me di starmene tranquilla a casa, e che sono esposte ai rischi della pandemia senza alcuna di alcuna forma di tutela. Voglio pensare a loro, a come è costruita male la nostra società, al sistema di poteri su cui è fondata, voglio uscire dalla mia bolla di privilegio e di consumo per guardare fuori e pensare a come possiamo fare diversamente da come stiamo facendo.

Foto: Sammi Landweer