Igiaba Scego: Le due linee del colore

Conversazione con la scrittrice Igiaba Scego

di Rossella Menna

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Il suo ultimo romanzo, che conclude un’ideale trilogia della violenza coloniale, s’intitola La linea del colore. Ci ricorda cos’è questa linea?

Quella che divide i popoli in base al colore della pelle, garantendo ai bianchi privilegi che sono invece negati ai neri. Secondo William Edward Burghardt Du Bois, scienziato sociale afroamericano a cui dobbiamo questo concetto, il problema del ventesimo secolo è proprio il problema della linea del colore. Bene, siamo entrati da vent’anni nel ventunesimo secolo, e noi siamo ancora lì. Tra l’altro si tratta di un confine che si sposta in base agli interessi delle classi dominanti. Per molto tempo gli italo-americani non erano dentro il privilegio bianco. Ci entreranno, come altre comunità, solo negli anni Settanta, perché Richard Nixon aveva bisogno di più voti per vincere le elezioni presidenziali. In fondo dal punto di vista cromatico nessuno è davvero tutto bianco o tutto nero, perciò all’occorrenza la bianchezza si allarga. Nel mio romanzo, però, il significato della linea del colore viene rovesciato dalla protagonista ottocentesca Lafanu Brown. Lafanu è una giovane studentessa afroamericana che dopo una violenza subita decide dentro di sé di trasformare quella linea divisoria in una linea pittorica, di riappropriarsi dei colori che le sono stati rubati dai suoi aggressori diventando un’artista.

Sembra una strategia un po’ in controtendenza rispetto a quella oggi più applaudita e premiata del rappresentare con iperrealismo gli sfruttati e i deboli del mondo come soggetti inesorabilmente intrappolati dentro un sistema che non lascia loro scampo.

L’orrore che ci circonda è grande. Io credo che film, romanzi, spettacoli che lo rappresentano abbiano il merito di farci riflettere su quanto enormi siano le disuguaglianze in tutto il mondo, di ricordarci che c’è una piccolissima percentuale di persone privilegiate, e una grande percentuale di persone che soffrono e che a volte nella disperazione trovano soluzioni che rischiano di dare credito alle ragioni dei propri carnefici. Anche nel mio romanzo è centrale la questione della razza, come quella della classe sociale. Lafanu non ha soldi, perciò dipende completamente dalla sua benefattrice. Il personaggio tra l’altro è inventato ma per costruirlo mi sono ispirata alla vita di due donne afro-discendenti realmente esistite, la scultrice Edmonia Lewis, arrivata a Roma dagli Stati Uniti a metà Ottocento dopo aver subito un’aggressione terribile, e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond. Della biografia di Edmonia, in particolare, mi ha colpito quanto abbia sofferto del suo dipendere dalle benefattrici che mettevano bocca anche nel suo fare arte. Nel romanzo ho quindi dato molto spazio all’ambiguità della figura di Betsebea McKenzie, di questa benefattrice che aiuta Lafanu per certificare la sua bontà, per averne la patente, perché essere buone è uno status, ma che poi in qualche modo le mette anche i bastoni fra le ruote. Nella storia che racconto, insomma, risuona molto la realtà di un presente dominato dalle disuguaglianze, con tutte le sfumature sia del bianco che del nero. Ma il fatto di avere scelto un’ambientazione principalmente ottocentesca mi ha dato anche una grande libertà. Ciò che rivendico come artista, infatti, è il diritto all’immaginazione. Sandro Portelli racconta che negli Stati Uniti per quasi duecento anni agli afroamericani è stato negato il diritto all’immaginazione.

Cioè a sognare altre vite?

Sì ma proprio come scrittori. Tutto ciò che producevano, poesie o romanzi che fossero, veniva interpretato come racconto della loro storia personale, della loro esperienza di vita, mai come gesto artistico di immaginazione, reinvenzione. Una cosa simile l’ho vista accadere in piccolo anche a me come scrittrice afro-discendente quando ho iniziato a scrivere, e ad altre autrici e autori di origine migrante o migranti di prima generazione in Italia. Penso tra i tanti a Gabriella Kuruvilla, Gabriella Ghermandi, Cristina Ali Farah, Ornella Vorspi. Tutto ciò che scrivevamo veniva ridotto alla nostra esperienza di vita, anche quando si trattava di pagine evidentemente di fantasia o di auto-fiction. Tutto doveva sempre essere ricondotto esclusivamente al nostro io, un io che era impensabile potesse essere inventato. E invece spesso lo era! Devo ammettere che nel mio caso la vicinanza col teatro, la frequentazione assidua di spettacoli ma anche di laboratori (come uditrice), è stata determinante nel dare un ruolo esplicito e centrale all’immaginario.

Col pretesto della vocazione politica e dell’engagement, certi artisti (e certi popoli!) sono condannati a non poter essere altro da sé, a non potersi rappresentare con sembianze diverse da quelle che hanno per pura contingenza sociale, geografica, economica. È lo stesso principio per il quale un artista con un corpo non conforme pare non abbia altra ragione per trovarsi su un palco se non quello di raccontare la propria condizione di non conformità. Il più grande paradosso della cultura contemporanea, mi pare.

È la lotta in cui siamo impegnati oggi. Non a caso ho curato un’antologia di giovani voci afro-italiane (Future. Il domani narrato dalle voci di oggi, effequ 2019, ndr), perché le case editrici non fanno scouting per scoprire scrittrici e scrittori italiani con immaginari diversi da quelli che circolano più diffusamente, e quando lo fanno non li considerano neppure come autori di narrativa italiana, come invece sono a tutti gli effetti. Io stessa sono nata a Roma, scrivo in Italia, in italiano, eppure è la prima volta che su un mio romanzo, l’ultimo appunto, è riportata esplicitamente la scritta della collana “Narratori Italiani”. Quando me ne sono accorta ho festeggiato una grande conquista politica. Viceversa, ci sono tanti bei libri scritti da autori italiani che non hanno origini migranti e che trattano benissimo temi di migrazione e colonialismo. Penso per esempio a Sangue Giusto di Francesca Melandri (Rizzoli 2017, ndr), per me un capolavoro.

Nel primo spettacolo della sua trilogia dedicato alle bugie dei bianchi, l’attore e drammaturgo Alessandro Berti rivendica per sé, bianco appunto, il diritto a parlare di negritudine pur non essendo nero, in risposta a una diffusa polemica sulle appropriazioni culturali. Lei che ne pensa? Ha diritto di parola pubblica e artistica sull’omosessualità solo chi è gay? E di neri solo chi è nero? E di donne solo chi è donna?

Il tema è scivoloso. Sia in Europa che negli Stati Uniti ci sono in effetti molti casi di appropriazione culturale. Il fatto che il mercato editoriale raramente prenda in considerazione i testi di autori neri, latini, asiatico-discendenti e preferisca dare spazio ad autori che trattano male, in modo scorretto e disinformato, questioni che riguardano proprio quelle voci che ha escluso, è un problema oggettivo. È quello che è successo di recente con American dirt della autrice bianca di origine spagnola Jeanine Cummins (tradotto in Italia da Feltrinelli col titolo Il sale della terra, ndr). Il libro, che racconta la storia di due migranti messicani, ma con errori, sciatteria e stereotipi, ha scatenato tantissime polemiche: quello che ha fatto infuriare la comunità latina è che è diventato il caso editoriale dell’anno, un best seller studiato a tavolino è diventato insomma il libro di riferimento sul tema dell’immigrazione messicana, mentre le voci degli autori latini vengono ignorate dall’industria culturale. Detto questo, io sono una afroitaliana che ha raccontato una storia di una afroamericana, non è appropriazione anche questa? È vero che come afro-discendente ho imparato molto dagli afroamericani come Malcom X, ma non è che perché siamo neri abbiamo la stessa storia, le stesse esperienze. Nella scheda del romanzo infatti ho voluto fare questa premessa proprio come ha fatto Berti. Il punto è che raccontare la storia di Lafanu Brown è stato un modo per costruire un ponte verso la mia e quella di chissà quanti altri. È così che funzionano l’arte, la scrittura, non possiamo imbrigliare l’immaginazione. Io penso che tutti abbiano diritto di parlare di tutto, purché non lo facciano in modo sciatto ma con onestà. Dallo spettacolo di Berti, per esempio, io ho imparato molto su di me che sono nera e certe cose non le sapevo.

Come giornalista di Internazionale lei si occupa anche esplicitamente di questioni politiche, di migrazioni e di post-colonialismo. In un articolo di qualche anno fa raccontava di come i migranti cinesi, accolti dagli americani a braccia aperte come manodopera a basso costo intorno al 1840, ovvero nel periodo della corsa all’oro, diventarono yellow peril, pericolosi musi gialli, quando cominciarono a diventare più forti economicamente, ad aprire empori e ad avviare attività proprie. Razzismo a scoppio ritardato. Viceversa, poco fa parlavamo di come si sia facilmente estesa la bianchezza agli italiani in un momento di opportunità. C’è finanche della logica nella follia razzista.

Sì, quella di sfruttare meglio. Le politiche anti-migratorie seguono proprio questa logica qui. Il muro di Trump, ad esempio, non ha lo scopo di fermare davvero le persone, ma quello di renderle più deboli e ricattabili una volta arrivate. Quanto all’Italia, invece, passano i governi di ogni colore, ma siamo sempre intrappolati nella legge Bossi-Fini che allo stesso modo fragilizza i migranti, perché con i suoi meccanismi subdoli li fa entrare sul territorio italiano per farli cadere poi nell’illegalità, alimentando così il mercato sommerso. D’altronde, è semplicemente folle che non si sia ancora arrivati allo Ius Soli, che la cittadinanza sia legata al sangue e non al suolo. E non è solo un fatto di leggi, purtroppo, ma proprio di sguardo. Io stessa da ragazzina, pur essendo nata a Roma, venivo tante volte guardata dagli altri attraverso una lente coloniale perché avevo la pelle nera. È molto importante battersi per una narrazione sempre più plurale che normalizzi ciò che viene ancora vissuto come estraneo.

E qui torniamo all’arte.

Sì, ma penso anche alla scuola, dove tra l’altro oggi bastano i corpi a testimoniare mille storie diverse. A proposito di riscrivere i programmi scolastici in un senso più plurale e complesso, ultimamente è successa una cosa incredibile: a fine gennaio Leila El Houssi, una professoressa di Storia del Medio Oriente di origini tunisine, molto preparata anche sui temi del colonialismo e del post-colonialismo, è stata inserita nella Commissione per la Didattica della Storia del Ministero dell’Istruzione e ha promesso che avrà un occhio di riguardo proprio rispetto a questi nodi novecenteschi fondamentali.

Lei parla molto spesso di passaporti forti e di passaporti deboli, e dell’importanza fondamentale di intervenire subito per interrompere la vergogna dell’Apartheid di viaggio che impedisce ad alcuni popoli di muoversi liberamente nel mondo. In una dimensione di idealità, come immagina i confini degli Stati? Inesistenti? Porosi? In fondo la sua Leila, protagonista anche lei afro-discendente della parte contemporanea della Linea del colore, pur essendo italiana esprime apertamente il desiderio di conoscere la storia dei suoi avi per rimanere connessa alle sue origini. Le radici contano.

È un equivoco pensare che chi si batte per le frontiere aperte immagina un mondo tutto uguale senza più tradizioni, culture e lingue particolari. Il mio futuro ideale è fondato appunto sulla libertà di viaggio, di dialogo tra i popoli che non si sfruttano l’un l’altro, che non gareggiano per dominare la vita delle persone e delle risorse. L’occidente è terrorizzato da un immaginario che non corrisponde minimamente alla realtà. Chi s’immagina che l’Africa sia un enorme ammasso di capanne abitate da gente che non vede l’ora di venire a invadere l’Europa non sa veramente niente. Ci sono Paesi in Africa in cui c’è un’esplosione straordinaria nelle arti, nella tecnologia.

In cui si progetta il futuro con molta più originalità e secondo modelli nuovi, tra l’altro.

Sì. Il mio paese d’origine, invece, la Somalia, è tra i più disgraziati del mondo, è dilaniato da una guerra civile di trent’anni armata dai trafficanti, dal terrorismo, dallo scavo di pozzi petroliferi in cui sono stati sversati peraltro rifiuti tossici che fanno nascere i nostri bambini deformi. Ilaria Alpi non è morta a caso in Somalia: aveva scoperto appunto un giro d’armi e di rifiuti tossici. La bellezza che io ho visto da bambina non esiste più. Eppure, c’è chi oggi ci vuole tornare, come mio cugino, che dopo trent’anni di vita in Canada ha deciso di tornare laggiù e aprire un bar italiano, perché come tutti i somali della sua età ha studiato italiano da ragazzo. Così l’altro giorno l’ho aiutato a comprare una macchina del caffè e una per il gelato, una gigantografia del Colosseo, cose come questa, “Italian Flavor” da portare a Mogadiscio. La gente non vuole venire qui e restarci, vuole muoversi liberamente alla ricerca di opportunità, proprio come facciamo noi coi bei nostri passaporti bordeaux. Tutto questo non è fantascienza, è storia. In Appunti per un’Orestiade africana, si vede Pasolini che intrattiene un dialogo fantastico con una serie di studenti africani elegantissimi che si trovano a Roma. Ecco, quei ragazzi non è che ci fossero arrivati coi barconi in Italia, potevano viaggiare in aereo. E mi ricordo anche di come tanti membri della mia famiglia andassero avanti e indietro dalla Somalia quando ero bambina. Viaggiare, muoversi, andare e tornare era una scelta, com’è giusto che sia per tutti, non solo per chi ha la fortuna di ritrovarsi in mano il passaporto giusto. Le nostre politiche migratorie si arrogano il potere di trasformare questo diritto in un privilegio inaccessibile a interi popoli. Ma dobbiamo stare molto attenti, perché a furia di chiudere fuori gli altri, prima o poi qualcuno chiuderà fuori noi.