FUTURO FANTASTICO

Avevamo deciso da tempo che FUTURO FANTASTICO (il titolo di un breve racconto che Isaac Asimov scrisse nel 1990 prefigurando – ottimisticamente – i giorni nostri) sarebbe stato il claim di questa “far-out” edizione, che guarda ai cinquant’anni trascorsi per immaginare il 2050.
Poi è arrivata la pandemia a rendere ancora più infetti i pallidi tentativi di prefigurare futuri migliori. Dopo il debito smarrimento e infiniti ripensamenti sui colori, le striature, le derive semantiche in cui immergere questa fatidica edizione 2020 – che inevitabilmente, date le incertezze attuali, avrà una nuova veste d’emergenza – abbiamo deciso che sì, avremmo continuato a usare FUTURO FANTASTICO per nominarla.

Perché proprio ora rinunciare ai rilanci fantastici e alle visioni utopiche?

Questo inquietante scenario era già stato incredibilmente predetto da innumerevoli film e romanzi di fantascienza (nonché da molti scienziati) tanto che al momento, immersi nella sindrome distopica, abbiamo sentito un inspiegabile senso di déjà-vu… e la crudezza del reale si è tinta, almeno per noi cresciuti a cyber-visioni, dei colori acidi di tante illustrazioni fantascientifiche, come questa immagine, anch’essa prodotta in tempi non sospetti, che avevamo scelto per il Festival. Usiamo il passato perché oramai c’è inevitabilmente un prima e un dopo il virus e questo spartiacque ce lo porteremo tatuato in corpo.
Avevamo immaginato questa invasion della piazza santarcangiolese, ricorrendo alla mano di un noto e brillante illustratore che ora ha sostituito il mitico Karel Thole nel disegno delle copertine della serie “Urania”: Franco Brambilla; a lui avevamo affidato questa illustrazione retro-futuristica. Ed è molto leggibile: un intervento su una cartolina vintage di Santarcangelo, con l’arrivo di alieni “amichevoli” e di una piovra gigante mono-oculare non così terrorizzante, ma anzi dolcemente adagiata sul lastricato della piazza con i tentacoli a esplorare il vicinato… questa era l’immagine.

Questa è l’immagine oggi. La lettura si rifrange inevitabilmente sui fatti del momento e forse ora potremmo intenderla come un invito, netto, ad imparare a convivere con il mostro che è entrato nelle nostre vite, e che non se ne andrà più. L’intruso è parte di noi e dovremo appunto imparare a conoscere “le virtù del virus” come scrive Rocco Ronchi nell’omonimo articolo: “Il virus è il segno dell’eterna condizione umana. Casomai ci fossimo colpevolmente scordati della nostra mortalità, finitezza, contingenza, mancanza, ontologica deficienza ecc. ecc., ecco che il virus ce le rammenta, coartandoci alla meditazione e rimediando così alla nostra distrazione di consumatori compulsivi (…) Per l’intelligenza critica che si esercita sul fenomeno virus, Covid 19 è per lo più il nome da film di fantascienza con cui si certifica un sapere pregresso.”

In questi dark times dove ribollono sotto traccia sovranismi e nostalgici sguardi ai regimi passati, il lock-down è perfetto terreno di coltura per nuove intolleranze e precipizi antidemocratici, e contesto ideale per rimuovere il già scandalosamente rimosso della questione dei migranti, dei profughi, dei fuggitivi dalle guerre o dal land-grabbing, dei senza tetto e senza passaporto forte: dei confinati ai bordi dell’impero europeo con gli aguzzini turchi e libici a gestirne le esistenze. Tante sono e saranno le tematiche d’allarme e inquietudine che si accumuleranno ma se non continuiamo a coltivare immaginazione, dove gli spazi per il fantastico paiono appiattirsi sempre più, finiremo noi stessi a essere inconsapevolmente imprigionati nelle stesse orwellianne restrizioni che ci immobilizzano, trasformati da oggetti ignavi nei big data a miseri puntini in movimento nelle mappe del contact tracing… Tutto l’Occidente finirà in un enorme Panopticon?

“Non possiamo sapere come usciremo dalla pandemia le cui condizioni sono state create dal neoliberismo, dai tagli alla sanità pubblica, dall’ipersfruttamento nervoso. Potremo uscirne definitivamente soli, aggressivi, competitivi. Ma potremmo uscirne invece con una gran voglia di abbracciare: socialità solidale, contatto, eguaglianza. Il virus è la condizione di un salto mentale che nessuna predicazione politica avrebbe potuto produrre. L’eguaglianza è tornata al centro della scena. Immaginiamola come il punto di partenza per il tempo che verrà…”

Partendo proprio là dove restano i puntini di sospensione dell’analisi di Franco (Bifo) Berardi, iniziamo a immaginare, intanto virtualmente, quello che in luglio volevamo realizzare al Festival proprio in questo ipotetico/utopico orizzonte egualitario, ovvero ripensare e ridisegnare la piazza facendo diramare da essa le forze propulsive dell’edizione tutta, facendole straripare come una MAREA (era il nome del progetto per spazi pubblici) di piccoli e grandi eventi partecipativi e gratuiti. Questo era il sogno/disegno, chissà se quest’anno lo realizzeremo???
Ora la piazza è deserta, come non mai… non c’è nemmeno più il suo storico mercato, come in tutte le piazze d’Italia e lentamente del mondo intero. Questa rimozione dell’atto sociale dello stare fuori nello spazio pubblico e a-direzionato è un fatto epocale.
In questo “ramadan spazio-temporale” (cit. Giovanni Boccia Artieri) Santarcangelo rilancia offrendo uno spazio comune temporaneo dove lo scambio merci diventa scambio di SOGNI (trascritti, dipinti, realizzati in solitudine o attivati in rete).

Cosa si sogna in tempo di pandemia, cosa si desidera? Mettiamoli in piazza, raccontiamoli, scambiamoli, facciamoli diventare collante e carburante per ripartire! L’opposto del panopticon è il SUQ, spazio impossibile da controllare nella sua concentrica conformazione e per il caos innato che lo compone.

Nasce per questi giorni di attesa e preparazione della virtuale edizione 2020 il DREAM SUQ di SANTARCANGELO FESTIVAL: clicca qui per iscriverti.

“Il suq è il luogo deputato allo scambio delle merci. Si sviluppa all’interno di piazze con andamento a cerchi concentrici”. Assumiamo la connotazione a spirale che hanno questi caotici e colorati mercati del mondo arabo per costruire una piattaforma aperta e plurigestita che accolga voci e proposte “da mettere in piazza” ora che non si può. È un gruppo Facebook, collettore aperto di proposte-sogni-visioni culturali/artigianali, locali e internazionali. Un labirinto informale in cui condividere, scambiare, suggerire, mettere in campo saperi e pratiche: un mercato senza moneta, o meglio la cui unica moneta è la solidarietà nella solitarietà di questo momento.

“Non siamo culturalmente preparati a pensare la stagnazione come condizione di lungo periodo, non siamo preparati a pensare la frugalità, la condivisione. Non siamo preparati a dissociare il piacere dal consumo.” Franco (Bifo) Berardi

Proviamoci.