Motus: By Heart

Conversazione con Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, direttori artistici di Santarcangelo Festival 2020

di Rossella Menna

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Bentrovati alla direzione di Santarcangelo Festival! Vi sentite avvantaggiati dall’esperienza di dieci anni fa?

E.C. Forse il termine avvantaggiati non è adeguato, le esperienze passate sono importantissime e il triennio condiviso con Chiara Guidi ed Ermanna Montanari è stato davvero significativo, formativo, ma questo nuovo incarico è come un altro, nuovo, cominciamento in un clima artistico e politico del tutto differente.

D.N. I tempi sono radicalmente cambiati. Dieci anni fa c’era una legislazione diversa, che permetteva una maggiore flessibilità nella programmazione. Oggi dobbiamo confrontarci con un algoritmo che decide per noi, in base a calcoli numerici, quanti spettacoli e di che genere dobbiamo programmare, ed è molto complicato trovare spazi di libertà dentro queste griglie, anche perché Santarcangelo non è uno showcase: qui devi dare vita a un universo, individuare un’idea di fondo, farla crescere in relazione alle artiste e agli artisti di diverse nazionalità ed etnie che la incarnano con più autenticità, approfondirne le implicazioni teoriche, cercare o costruire lo spazio giusto per accogliere le opere, attivare collaborazioni, conquistare la città.

Che confini ha il mondo che state costruendo? Per celebrare il cinquantennale volevate parlare di futuri possibili, prefigurarli. Che forma hanno assunto in questi mesi di lavoro?

D.N. Pensati in termini radicali, questi futuri “fantastici” non possono che collocarsi tra una dimensione digitale in cui il corpo è smaterializzato e, all’opposto, un universo tribale dove pulsa la corporeità più estrema legata alla trance e a un discorso di critica neocoloniale e di rifiuto del sistema capitalistico, della concezione di un tempo solo occidentale. È su questi due fronti opposti e complementari che ci si può porre davvero delle domande sul futuro oggi.

Cioè in Brasile da un lato e nel World Wide Web (o nella Silicon Valley) dall’altro!

D.N. Sì, ma anche in Nordafrica, o nella periferia di Santarcangelo che è altrettanto densa di vita altra da conoscere e coinvolgere. La nostra mappa è davvero esplosa.

Cosa contate di trovare in questi Paesi e in queste dimensioni parallele? Modelli? Forme di convivenza che anticipano mondi possibili? Distopie che ci mettano in guardia?

D.N. Quello che ci colpisce, a dire il vero, è un diverso modo di rapportarsi al tempo. Tecnologie digitali e internet, per esempio, hanno provocato uno sconvolgimento della percezione della temporalità individuale e collettiva. Per alcuni è una forma di alterazione che porterà alla rovina, per altri un potenziamento delle nostre possibilità. Tutto questo, in ogni caso, non è neutrale nel rapporto di un essere umano con il fuori e con gli altri, e ci pare che il teatro e la performance, a differenza di altri linguaggi che magari si limitano a descrivere o criticare certe contraddizioni, stiano intercettando delle trasformazioni in atto elaborando già degli strumenti per orientarsi, difendersi.

Quindi vedremo molta tecnologia in scena?

E.C. Non necessariamente. Ci sono stati anni in cui lo strumento tecnologico nell’applicazione artistica era un vero e proprio fine, era l’obiettivo. Pensiamo a come Cauteruccio ha usato il laser in scena in epoca predigitale. Il mezzo stupiva per la sua originalità. Oggi questo approccio è superato, usare un cellulare come telecamera per girare e proiettare un film dal vivo non ha più senso di per sé, non conta più quanta e quale tecnologia metti in campo, ma perché, per dire cosa. Quindi non si tratta di mostrare il digitale ma di interrogare come e quanto ci abbia assuefatti e storditi, ci abbia resi “stanchi” (come scrive Byung Chul Han) e abbia distorto la nostra percezione di noi stessi e delle relazioni.

E sul fronte tribale?

D.N. Esistono popoli indigeni che sperimentano forme di rapporto col tempo per noi inimmaginabili, che ci interessa conoscere e far conoscere attraverso artiste e artisti che interrogano quelle esperienze che in forme diverse appartengono al loro stesso background storico, familiare, culturale.

Sembra che una dimensione possa suggerire risposte all’altra.

D.N. Diciamo che tra visioni catastrofiste e visioni utopiche ci sono domande ineludibili che vorremmo portare al festival.

State catalizzando mondi eccentrici per porre delle domande al nostro. Come reagirà il pubblico?

D.N. Speriamo con la stessa curiosità che abbiamo noi per ciò che succede fuori dal (nostro) centro.

E.C. D’altronde, dopo cinquant’anni di un festival che ha sempre agito nello spazio pubblico tra sperimentazioni e provocazioni, il pubblico stesso di Santarcangelo è eccentrico. Non lo è nei costumi magari, ma nelle visioni sì: è pronto a tutto e ha bisogno di sollecitazioni e azioni che lo facciano tremare, che ci facciano tremare per sentirci vivi. Sento della stanchezza nei linguaggi e nelle pratiche ma anche della grande energia nel solleticare l’impossibile.

Difficile coglierlo di sorpresa ancora, quindi!

E.C. Ma noi ci proveremo. Proprio per questo stiamo puntando molto su un progetto speciale che riunirà in un programma fittissimo spettacoli, riti magici, performance e interventi in spazi pubblici della città, nei negozi, nelle abitazioni private, nei giardini, nelle piazze. Lo abbiamo chiamato Marea, perché dovrà riuscire a permeare l’intero cartellone e a conquistare sguardi nuovi (per esempio quelli delle lavoratrici e dei lavoratori nei campi intorno Santarcangelo, che non sono mai coinvolti in queste dimensioni “intellettuali” o quelli di una giovane generazione che ama più altri codici e tempi della rappresentazione), ad arrivare insomma negli angoli più remoti, negli interstizi, come fa l’acqua tra gli scogli.

D.N. Con lo stesso spirito, stiamo chiedendo agli artisti che porteranno le proprie opere negli spazi indoor di riservare comunque del tempo all’incontro con la città, magari attraverso workshop, lezioni pubbliche, condivisioni di metodo o di pensieri.

Fuor di retorica, che tipo di travaso può attivarsi concretamente tra un artista che realizza la sua opera in uno spazio pubblico e un passante che la intercetta senza averla cercata?

E.C. Lo stupore, prima di tutto. La possibilità di vedere qualcosa che stravolge lo spazio-tempo a cui è abituato.

D.N. Faccio un esempio personale. Quando nel 1991 vedemmo arrivare i Mutoid a Santarcangelo, nel nostro immaginario di artisti giovanissimi si spalancò in una voragine. Quella visione aliena fu una scintilla per il nostro ricercare. La forza di quella curiosità era la misura di uno spirito ossessivo di attrazione verso persone, luoghi e culture totalmente altre da noi che ha poi sempre caratterizzato il nostro lavoro. Il nostro ultimo libro si intitola Hello Stranger, e non è un caso.

E.C. Vorrei aggiungere che un festival è tale solo se genera questo tipo di scintille. Poi ognuno reagisce con la propria sensibilità, ma è necessario che si tratti di un momento in cui, grazie a una concentrazione di artisti, persone, opere in un tempo e uno spazio piccoli, circoscritti, si crei uno stato di eccezione, una frattura nelle abitudini, nelle visioni. Infatti, detto come nota a margine, non capisco il senso di attribuire questa parola a rassegne che assomigliano a stagioni lunghe o collaterali e che non producono nessun tipo di sconvolgimento nel tessuto urbano.

Non è un caso che i più interessanti festival italiani di ricerca siano nati per la maggior parte in città, paesi e borghi piccoli e periferici.

E.C. Certo. Perché in posti come Santarcangelo, Volterra, Dro, era possibile sconvolgere veramente il ritmo della quotidianità. In una grande città è molto più complicato interrompere il flusso delle giornate e delle geometrie, a meno che non si ritaglino dimensioni spazio-temporali in cui per qualche giorno si aggregano micro-comunità. Il mio festival ideale dovrebbe durare 24 ore ogni giorno per il numero di giorni sufficiente a far perdere coscienza del dove e del quando. Pensiamo a quanto memorabile sia stato Woodstock per chi ha vissuto quell’esperienza nel 1969, per chi ha passato quei quattro giorni immerso nella musica e totalmente fuori dal mondo, pur essendo poco lontano da New York. Chi c’era, quando è tornato a casa non era più la stessa persona di prima. È un fatto, naturalmente, che l’avvento di internet e la valanga di immagini e di informazioni in cui galleggiamo oggi abbiano posto molto più in alto l’asticella dello stupore. E con questo noi dobbiamo fare i conti.

È anche vero che le nuove generazioni di adolescenti si stanno dotando di anticorpi rispetto a questa bulimia cibernetica che sembra ammalare molto più gli adulti che i giovanissimi.

D.N. I nostri allievi e allieve alla Manufacture di Losanna ci prendevano in giro per gli smartphone e gli ipad dell’ultima generazione, prendevano in giro i propri genitori per l’ossessione social che li attanaglia. A dispetto della narrazione distorta che se ne fa spesso, la nuova generazione di ragazze e ragazzi che sta avanzando in Europa è molto più ricca di impulsi e curiosa di quella precedente, e s’interroga seriamente sulle contraddizioni degli strumenti che si trova tra le mani. Anche se, di fondo, l’età anagrafica non ha un vero senso, e non ne facciamo una gabbia, per Santarcangelo ci interessa molto anche dare voce a loro, alla lucidità di artiste/i ai primi cominciamenti.

Secondo voi cosa significa essere un artista performativo per un ventenne di oggi? Che orizzonti ha? Che compiti si assegna rispetto al mondo?

D.N. È anche per porci queste domande che stiamo lavorando a un progetto che coinvolge alcune delle migliori scuole e centri di formazione d’Europa. Il programma delle attività che abbiamo messo a punto come mentors per gli artisti del DAS School che abbiamo ospitato in autunno, per esempio, era in buona parte costruito intorno a spazi, casi, esperienze e domande poste da una serie di docenti, a cui le/i partecipanti dovevano reagire con i propri strumenti creativi, di qualunque tipo essi fossero. Per la nostra esperienza, una delle qualità fondamentali di un performer è quella di saper reagire a situazioni inattese mettendo in campo tutta la propria esperienza, il proprio background. Per farlo occorre che l’artista abbia viaggiato, visto e pensato molto, occorre che abbia un vissuto in cui pescare ricordi e immagini da mettere a disposizione in sala prove per alimentare un’idea di mondo.

E dal punto di vista tecnico cosa allena di sé un perfomer?

E.C. La coscienza. La capacità di sapere sempre perfettamente dove si trova, con chi e perché e di esprimere attraverso il gesto non la perfezione tecnica ma un significato che ha valore in un certo specifico momento di fronte a un certo specifico pubblico che emana una sua energia irripetibile. Qualcuno definisce presenza, o aura, questa capacità. Ma è un fatto anche tecnico: si tratta di essere disponibili a farsi attraversare personalmente dalle questioni e dai materiali che si stanno affrontando. Per dire che qualcuno impara un testo a memoria la lingua inglese usa “by heart”: col cuore, con tutto sé. È diverso che mandare a mente delle parole altrui allenando come veicoli solo memoria e voce.

Si tratta di prendere posizione, di allenare il vissuto in un certo senso.

D.N. Si tratta di non schermarsi dal fuori, di attraversarlo. Santarcangelo 2020 proporrà opere molto diverse nello stile e nei contenuti, ma gli artisti e le tante artiste che abbiamo invitato hanno una cosa in comune, un tratto distintivo per noi irrinunciabile: ognuno di loro si porta dietro un carico di vita, una riserva di esperienze intense, dolorose o felici, un fardello vero di mondo da condividere.