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Larte teatrale a cavallo tra i millenni vive una stagione ricca di linguaggi, i più diversi, frutto di ricerche estetiche e filosofiche. Santarcangelo è in questo contesto uno dei nodi focali in cui si intrecciano e da cui si propagano opere e pensieri. Il corso attuale è condotto da Silvio Castiglioni, forse la figura più organica e aderente al festival e alla sua storia. Castiglioni è attore e fu a suo tempo fondatore di quel Teatro di Ventura cui apparteneva anche Merisi; lo abbiamo citato poi al fianco di de Berardinis negli anni immediatamente precedenti la propria nomina, e lo vediamo oggi dare vita a un progetto che non ha paura di percorrere generi e temi, di confondere forme e contenuti, di riconoscere i padri e accogliere i patricidi perché, occorre essere blasfemi per praticare il culto della tradizione. Santarcangelo dei Teatri è, nella ricorrenza del proprio trentennale, Orizzonte e memoria, è brechtianamente Tamburi nella notte, è una ragnatela di sentieri tracciati con delicatezza e poesia. A Castiglioni e al codirettore che egli ha voluto accanto a sé, il giornalista Massimo Marino, spetta ora il difficile compito di affrontare un momento storico caratterizzato da grave carenza di mezzi a sostegno dellarte. Trovare equilibri per il presente e il futuro di un festival che è sempre stato in stretto rapporto con il proprio tempo, invita i direttori a costruire ancora nuove possibilità di relazione col pubblico, allargando anche la rete di contatti che fanno della manifestazione un momento annuale di incontro e confronto tra osservatori internazionali e artisti. Si è sviluppato in questo contesto il Quotidiano del festival, testata diretta da Gianni Manzella e coordinata da Marino, che già dagli ultimi anni della direzione de Berardinis, ospita sguardi e testimonianze, animando costantemente il dibattito.
Le geografie artistiche secondo Castiglioni vanno da Leo de Berardinis a Giuliano Scabia, da Hideo Kanze a Sotigui Kouyaté, da Rézo Gabriadzé a Massimo Schuster, da Franco Scaldati a Mimmo Cuticchio, Claudio Morganti e Alfonso Santagata, fino alla Compagnia Pippo Delbono e a Marcido Marcidoris, Tam Teatromusica, Raffaella Giordano e Teatro delle Briciole. Il panorama comprende anche I Magazzini e la colonna romagnola, punta di diamante della ricerca e parte integrante della storia del festival: Socìetas Raffaello Sanzio, Teatro Valdoca e Teatro delle Albe, cui si aggiungono oggi nuove identità artistiche forti come Motus, Fanny & Alexander e gli emiliani Teatrino Clandestino e LImpasto. Ma ancora più folte sono le schiere delle realtà emergenti tra cui vanno ricordati Spiro Scimone, Libera mente, Babbaluck, Agar, Teatro del Lemming, Accademia degli artefatti, Domenico Castaldo. Il festival nato come teatro in piazza ha destinato in questi anni il palco centrale ai concerti di musica etnica, il festival che è laboratorio non tralascia laspetto dei seminari e degli incontri né la relazione con leditoria, il festival del paese senza teatro reinventa a ogni edizione nuovi spazi scenici, nutrendo limmaginario teatrale di architetture e spiagge, anfiteatri naturali e capannoni industriali, grotte e colonie abbandonate. |
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