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Piazza Ganganelli - Santarcangelo
10 luglio, ore 22.30
durata 1h 30’ - ingresso libero
Pippo Delbono (Italia)
Racconti da Santarcangelo a Santarcangelo,
vent’anni di teatro
incontro con se stesso
di e con Pippo Delbono
Un lavoro che nasce a partire da Racconti di giugno.
“Una sorta di diario di bordo, di introspezione sul senso nascosto
delle relazioni, sul lato dei desideri non espressi ma mostrati, sulla
curiosità per gli altri, il filo rosso degli invaghimenti, l’ardore
delle scene della vita e nelle scene del teatro, l’estasi delle
cose che ti perdono e che gli altri non ti perdonano, quel qualcosa di
se stesso mai detto forse perché mai chiesto. Le coincidenze (tante)
del mese di giugno, il mese in cui sono nato.”
Pippo Delbono
Un attore-autore si confessa senza reticenze e con pudore
in una dinamica di cronache e lampi della memoria, zigzagando tra le avventure
della vita scenica e vissuta.
Il diario intimo di Pippo Delbono
Gianni Manzella (Il manifesto, 3 luglio 2005)
Questo non è uno spettacolo, anche se potrebbe
diventarlo, dice per cominciare Pippo Delbono. Cosa sono allora questi
Racconti di giugno che l’attore ci propone dal piccolo palcoscenico
del teatro Belli? Un “incontro con se stesso”, recita il sottotitolo.
Un’esibizione, potremmo replicare, nel senso proprio di una personale
emozionante messa a nudo di sé in quanto uomo di teatro, della
necessità che sta dietro al suo lavoro.
Invitato dalla rassegna “Garofano verde” ad affrontare il
tema sdrucciolevole dell’amore, Delbono si abbandona a una controllata
improvvisazione a soggetto in cui arte e vita si confondono. O forse coincidono.
E non potrebbe essere diversamente, conoscendo il posto di rilievo occupato
nel suo teatro dall’elemento autobiografico, fin dal primo spettacolo,
già rivelatore, Il tempo degli assassini, realizzato in coppia
con Pepe Robledo, a metà degli anni 80: l’uno in fuga da
una storia d’amore e di morte, violenta e conflittuale; l’altro
da un lontano paese sudamericano dove comandavano i generali. E da lì
giù verso quell’altro straordinario Barboni, nato dall’incontro
dell’attore con nuovi compagni di vagabondaggio, una diversa umanità
cercata per strada o dentro l’inferno degli asili psichiatrici,
in un altro momento di doloroso smarrimento. Fino al più recente
Urlo che fa i conti con altri familiari fantasmi, immagini pubbliche e
private del potere cui già si ribellava il ragazzo di allora. C’è
sempre un dolore all’origine del lavoro creativo di Pippo Delbono.
C’è la memoria anche fisica di una ferita. Il dolore dell’esodo,
il viaggio senza ritorno di tutti quelli che si sono lasciati qualcosa
alle spalle. Il dolore dei sopravvissuti. Quelli che si sono salvati per
ricordare e raccontare, come voleva Primo Levi. Memoria e racconto si
sovrappongono anche qui, su questo palco di nuovo nudo come agli inizi,
una sedia un tavolino e una bottiglia di birra è tutto quel che
serve all’attore. Che alterna storie di vita alla loro traduzione
scenica, in un footing linguistico, uno slittamento del codice espressivo
reso immediatamente percepibile dalle luci e dalle musiche manovrate dal
fido Robledo.
Le storie dicono soprattutto di incontri capaci di dare un nuovo corso
alla vita, da Pina Bausch al fatidico Bobò, il piccolo vecchio
uomo dal sorriso infantile, sordomuto e microcefalo secondo l’impietosa
visione clinica, per quarant’anni in manicomio prima di essere sottratto
dal teatro a una vita vegetativa e ora star indiscussa della compagnia.
O ci svelano il mistero di un gesto che poi ritroveremo in un brano di
uno spettacolo, aprire e chiudere una mano, sollevarsi senza gambe. Giacché
anche a questo serve il teatro, a noi che galleggiamo nell’universo
della complessità, ricordare quanto impegno richieda anche il gesto
più semplice, quanta bellezza possa contenere. Quanto peso ci sia
in una carezza. Non uno spettacolo, e neppure un compendio dei suoi spettacoli.
Ma una magistrale lezione su ciò che il teatro può dire.”
A Roma l’emozionante spettacolo-confessione dell’autore-regista.
Fra manicomi e delusioni Delbono si mette in scena.
Franco Quadri, (La Repubblica, 27 giugno 2005)
Più spettacolare e ricco di pathos è risultato
il monologo che il regista di Urlo ha svolto a Roma per la rassegna “Garofano
verde” col titolo Racconti di giugno, che allude alla nascita di
Pippo Delbono, mentre il sottotitolo “Incontro con se stesso”
ne giustifica il carattere di meditata improvvisazione. C’è
infatti da cercare il senso del fare teatro, attribuito alla vita e alle
sue feconde delusioni, oltre che a una serie di incontri, protagonista
Pepe Robledo o uno scomparso compagno di gioventù, la Bausch o
il “mistero Bobò”, una persona passata di colpo da
una vita in manicomio a una padronanza da vero attore. Con qualche lettura
di pezzi dei primi spettacoli e del suo remake da Sarah Kane per Gente
di plastica, Delbono si guarda dentro senza mai dimenticare quel che lo
circonda in una serata-confessione di grande spessore emotivo e intellettivo:
qualcosa di più di uno spettacolo e che non deve diventarlo, un
libro parlato ricco di provocazioni, di sollecitazioni, anche di mute
richieste, che aiuta a capire quanto possano essere profonde le ragioni
di un successo.
Confessioni di un innamorato della vita. Pippo delbono il visionario regista
star del teatro internazionale si racconto al belli
Gian Maria Tosatti (Il Tempo, 27 giugno 2005)
Entra come al solito dalla platea. Col suo fare un po’
goffo. Sale sul palcoscenico. Un tavolo. Una sedia. Un microfono. Tutto
qui. Le luci in sala restano accese. Perché l’attore stasera
non indossa una maschera e il pubblico non deve sparire per lasciare spazio
alla fantasia. In scena la verità. Il cui sentiero si deve aver
il coraggio di calpestare. Seduto Pippo Delbono, uno degli artisti italiani
più acclamati nei teatri di tutto il mondo, comincia a dialogare.
Non è una “narrazione”. Ma un incontro. Con se stesso.
Con gli individui che gli siedono davanti ognuno col suo fatto di vita
e di morte sotto la camicia.
È un Delbono che gioca a non nascondere nulla. I suoi dolori segreti,
le sue vie di fuga per non morire. Seguendo un tema che è poi quello
che s’evince dalla sua tranche autobiografica. Cercare comunque
la libertà nella costrizione. Della morale sessuale, della malattia
contro cui ha lottato a lungo. E dice: “Non ho nessun tipo di rabbia
verso queste persone”.
La storia comincia presto – “La prima recita che ho fatto
è stata a tre anni, facevo l’angioletto” – e
non può prescindere del teatro, che si innesta nella vita quasi
come una spina dorsale che talvolta regge il peso e talvolta cede. “Tutto
è cominciato per una grande passione, una grande amicizia –
comincia Delbono –. La storia con questo mio amico è durata
dieci anni. Una passione violenta, fatta di pugni, di droga. Di tutto
quel che non si doveva fare”. E precisa: “Io non sono mai
stato un grande patito della droga. Per me è stato un atto d’amore.
Accettare di andare insieme fino in fondo, fino a toccare il fondo. Finché
un giorno ho capito che era arrivato il momento di finire. Ho letto il
volantino di una scuola di teatro e mi sono iscritto. Ecco, ho tradito
il mio amico con il teatro. Una scelta per vivere. Per non morire. Per
non morire con lui”.
Ed è partendo da qui che la vita profondamente umana e amata di
un uomo si racconta attraverso l’arte. Frammenti autobiografici
da Urlo, Il tempo degli assassini, Rabbia e da Enrico V, servono a dire
quello che le parole d’un discorso, finanche d’una confessione,
non possono esprimere. E così si va avanti per un’ora e mezza,
faccia a faccia. In un lavoro che non può essere chiuso nella definizione
di “spettacolo”.
Davvero non so cosa sia stato questo Racconti di giugno. Solo posso dire
che è qualcosa che emoziona, come la vita, come la verità,
che cade in lacrime dagli occhi. In una stagione di forme senza contenuto,
di flussi artistici costretti nei vasi sanguigni di un mercato idiota,
questo incontro senza pretese e venuto fuori quasi per caso nella cornice
della rassegna “Garofano verde” è una delle pochissime
cose belle, cose pure, che si siano viste. Una concentrazione di passione,
a volte mozzafiato, e di serenità disarmante, cui sinceramente,
oggi non siamo più abituati. In un’età senza sogni
che non siano preconfezionati. Questo racconto è un vero attentato,
un atto terroristico contro l’establishment del silenzio e della
solitudine, per dimostrarci che la vita può essere poesia.
Racconti di giugno oggi alla festa nazionale di liberazione.
Intervista al regista: l’intreccio tra arte e storia personale
Delbono: “ora metto in scena la mia vita”
Angela Azzaro (Liberazione, 13 settembre 2005)
Solo sul palco. A parlare di sé: del suo teatro, della sua vita.
Del suoi amori e delle sue ferite. È un Pippo Delbono straordinario
e inedito quello che vedremo oggi alla Festa nazionale di Liberazione
a Roma per l’incontro Racconti di giugno. Inedito, ma non diverso
da come appare nei suoi spettacoli che in questi anni lo hanno fatto conoscere
dal grande pubblico, in Italia e in tutto il mondo. In Francia è
una star, proprio lui che con le star della società dello spettacolo
non ha niente da spartire. Il suo teatro va in un’altra direzione:
tocca il cuore del pubblico. È denuncia. È scandalo, è
irrisione della cosiddetta normalità borghese, delle identità
sessuali precostituite.
Solo sul palco, parla di sé per sottolineare tutto questo. Per
spiegare in maniera ancora più chiara che cosa ci sia nei suoi
spettacoli. Barboni, La rabbia, Il silenzio, Guerra, Gente di plastica,
Urlo, sono alcuni dei titoli di una biografia artistica e umana di rara
intensità. Come nascono? Chi è Delbono? Il regista e autore
lo spiega direttamente, senza infingimenti. Si mette a nudo davanti agli
spettatori per dire una cosa molto precisa: il teatro non è stato
per lui un gioco, un amore qualsiasi. È stata una scelta di vita.
Un atto di coraggio che si ripete ogni volta, ogni volta intenso.
Racconti di giugno è stato proposto per la prima volta durante
la manifestazione Garofano verde, la rassegna di teatro omosessuale che
si svolge a Roma alla fine del la primavera. “Mi è stato
chiesto – racconta Delbono – di parlare dell’amore.
Più che uno spettacolo è una conferenza, un pretesto per
parlare dei tutto ciò che nei miei spettacoli è chiaro ma
non è espresso direttamente. In un epoca in cui tutto è
reso opaco, in cui vero e falso vengono confusi, è un modo per
ritrovare le ragioni del fare teatro. Per me il teatro rappresenta un
atto rivoluzionario. Nasce da una ferita rimarginata dal lavoro svolto
in questi anni, dagli incontri con le persone in carne e ossa, ma anche
con gli autori da me più amati. Sono Pasolini, Rimbaud, Shakespeare.
Me li sento dentro”.
Il racconto parte dai primi grandi amori. Dalla scoperta della fragilità
del corpo. Dalla musica ribelle e dalla fuga. Due grandi donne come maestre:
Pina Bausch e Iben Nagel Rasmussen. Subito dopo i primi spettacoli. Delbono
ne ripropone alcuni frammenti, alcune suggestioni. “A un certo punto
della mia vita, mi sono trovato davanti a un bivio: lasciarmi andare o
trasformare le difficoltà, il dolore in elemento vitale. Nei luoghi
di guerra è una scelta obbligata. Di recente sono stato in Birmania,
dove c’è una dittatura molto dura. C’è povertà.
Sofferenza. Lo vedi negli occhi delle persone. Ti colpisce. Ti ferisce.
Ma proprio lì dove il dolore è più intenso nasce
una speranza. Per me è stato fondamentale l’incontro con
Bobò, un uomo che per cinquant’anni è stato rinchiuso
in un manicomio e che oggi fa teatro nella mia compagnia. Bobò
è l’esempio di una diversità che in genere viene espulsa,
ignorata e che rappresenta invece un ulteriore stimolo per vivere. Per
fare teatro.”
In questi giorni Delbono sta finendo il montaggio del suo secondo film.
Il primo Guerra ha vinto il David di Donatello e il premio Sulmona. In
Francia lo hanno potuto vedere in tanti. In Italia in pochissimi. È
il racconto della tournée del suo gruppo in Israele e Palestina
con lo spettacolo omonimo, non è fiction. Non è una storiellina.
È il diario di viaggio in mezzo alla sofferenza di un popolo. È
un film che testimonia la possibilità del dialogo tra palestinesi
e israeliani. Con il nuovo film – dal titolo provvisorio Grido –
Delbono racconta con altri elementi una parte della sua biografia. “E’
la versione cinematografica di Racconti di giugno. In Grido lascia parlare
le immagini, i silenzi. È una scommessa perché non ho accettato
le regole classiche di produzione. Niente sceneggiatura prima di girare,
massima libertà inventiva durante le riprese. Il rischio à
che un film così non trovi spazio. La scusa è che il pubblico
non capisce, non vuole queste storie. Ma evidentemente non è così.
In Francia Guerra, che ha la stessa struttura, è stato distribuito”.
La Francia, una sorta di eldorado per uno come lui. per uno che non ha
mai spesso di amare Pasolini. “Alcuni critici italiani continuano
a dire che Salò non sia un film riuscito. I francesi lo considerano
un capolavoro. Spesso mi chiedono di andare a presentarlo. Ci vado sempre
volentieri. Pasolini, come tutta la sua opera, va ricordato fuori dalla
retorica del politicamente corretto. In Italia è stato fatto così.
In occasione dei trent’anni della morte, spero che si punti molto
sull’intreccio tra vita e arte. Che non si abbia paura di riconoscere
questo legame”.
Tra qualche giorno Delbono partirà per Zagabria. Poi, insieme con
la sua compagnia, lo aspettano Ecuador, Mosca, Parigi (dal 15 novembre
al 24 dicembre), Francia, Belgio, Spagna. A Roma sarà nuovamente
a febbraio al teatro Argentina con Il silenzio. Oggi c’è
questa occasione unica di vedere Racconti di giugno: un incontro teatrale
che Delbono intende far vivere in poche occasioni. Per una di queste,
la terza da quando ha debuttato, ha scelto la Festa di Liberazione di
cui da diversi anni è ospite molto atteso e molto amato.”
Pippo Delbono (Varazze, 1959) inizia dal teatro tradizionale
la sua formazione che lo porta, attraverso lo studio del teatro orientale,
alla creazione di diversi spettacoli dove il linguaggio della danza si
unisce alla drammaturgia teatrale. Da Il tempo degli assassini (1987)
fino a Urlo (2004) la Compagnia Pippo Delbono si è consolidata
con attori danzatori e persone incontrate in zone marginali come il sordomuto
Bobò, conosciuto nel manicomio di Aversa. Gli spettacoli sono presenti
da molti anni, oltre che in Italia, nelle principali capitali europee
e in diversi paesi del mondo. Dal 2002 ha lavorato alla creazione dei
film Guerra e Grido, dove danza e teatro si incontrano in un nuovo linguaggio
cinematografico. A ottobre 2006, al Teatro Argentina di Roma, debutterà
il nuovo spettacolo dal titolo Questo buio feroce. |