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In un Nordest profondo e imprecisato un giovane operaio cresciuto nel mito di Gilles Villeneuve vuole diventare un campione dell’automobilismo, un asso del volante, lavora e vive in un mondo grigio allenandosi nelle gare clandestine. In quest’angolo di terra abituata a correre per far scorrere la vita più velocemente, allontana la solitudine e il vuoto e si ritrova a proprio agio solo con un volante tra le mani. È l’ultima curva di un uomo con la benzina nelle vene, una lunga curva presa troppo velocemente, durante la quale il tempo si ferma. Un luogo sospeso dal quale ricostruire il rapporto con la propria passione e il proprio disagio. Un viaggio nella memoria per rivivere i suoi ultimi giorni, attraverso una lotta di frammenti danzati e parlati, che traducono in un'azione ritmica ed energica la sensazione della velocità, del limite fisico che si può raggiungere, con l'amletico dubbio che riemerge a ogni nuovo centimetro: accelerare, non accelerare, vivere o morire. Un pilota solo in scena La memoria della carne e del sangue, affondata in un corpo costantemente alla ricerca della vertigine. È una scenografia scarna come l’abitacolo spartano di una vettura da gara, costituita da pochi elementi di memoria corsaiola: una vecchia tuta, un casco e un paio di guanti racing racchiudono tutta la vita del pilota, che alla fine libererà la sua anima e il suo corpo da ogni costrizione, sprigionandosi nello spazio, come Gilles Villeneuve in decollo nel suo ultimo volo a Zolder l’8 maggio del 1982. Un linguaggio poetico e alto per parlare di un argomento basso, popolare e a volte greve, trasformare la polvere in stelle, il catrame caldo in fluido vitale, esplorare tutto questo in modo non banale e superficiale, parlare di automobili e riuscire a emozionare, per tuffarsi senza fiato, come in una curva a tutto gas, nelle contraddizioni di questa passione per molti inspiegabile e ingiustificata. Per parlare, senza troppa retorica, di incidenti stradali, disagio e solitudine, in frammenti di riflessione che possano affiorare a posteriori nell’intimo dello spettatore. Con questo monologo, Maurizio Camilli, attore e danzatore della compagnia Balletto Civile creata dalla coreografa Michela Lucenti, ha vinto il Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti” 2005 e dall’estate 2006 presenta il lavoro concluso al pubblico dei festival e delle stagioni teatrali. Motivazione del premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti” 2005: In un codice preciso di movimenti, figurazioni, canzoni, Maurizio Camilli dà corpo alla trasgressione e al disagio di un giovane qualunque del Nord-Est, attraversato da una mitologia automobilistica, che intercetta Amleto e Gilles Villeneuve, in veste di spettro del padre. Il piacere pericoloso della consapevolezza e del controllo nello sbandare, diventa metafora di una condizione dell’esistere. Maurizio Camilli si diploma alla Civica Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine nel 2000 e entra a far parte de L’Impasto - Comunità Teatrale Nomade, compagnia fondata e diretta da Alessandro Berti e Michela Lucenti coprodotta dal CSS Teatro stabile di innovazione del FVG. Nel 2003 è tra i fondatori del progetto Balletto Civile, gruppo di ricerca intorno al linguaggio scenico totale (danza, canto, parola), diretto da Michela Lucenti. |
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