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Progetto Moving
“Moving_Movimento” è un progetto di residenze
coreografiche rivolto a due giovani coreografi impegnati nella ricerca
sulla danza contemporanea. Gli artisti selezionati nella seconda edizione
sono: Compagnia We Go/Vincenzo Carta e Benjamin Vandewalle e Francesca
Proia
Il progetto, giunto alla seconda edizione, nasce dalla volontà
di offrire alle nuove generazioni di artisti che si misurano con i linguaggi
del corpo, un’opportunità di creazione e di presentazione
in contesti di alto profilo artistico.
L’accoglienza negli spazi dei Cantieri Goldonetta, luogo della residenza,
e la presentazione delle creazioni coreografiche nell’ambito del
festival Fabbrica Europa e in quello di Santarcangelo dei Teatri fanno
sì che “Moving_Movimento” sia un’occasione di
incontro con realtà internazionali.
L’iniziativa vuole sostenere la ricerca attraverso la realizzazione
e la presentazione di uno spettacolo per favorire, in un contesto internazionale,
lo scambio e il confronto con artisti di diversa formazione o provenienza.
Al bando 2006 hanno partecipato più di ottanta coreografi con progetti
innovativi che hanno coinvolto artisti di diverse nazionalità.

Teatro degli Atti - Rimini
16 luglio, ore 19
durata 1h
Vincenzo Carta & Benjamin Vandewalle (Italia - Belgio)
We-go
di e con Vincenzo Carta & Benjamin Vandewalle
progetto di Fabbrica Europa; CanGo - Cantieri Goldonetta; Santarcangelo
dei Teatri
in collaborazione con Parts (performing arts research and training
studios Brussels)
Entriamo nello spazio
Non parliamo
Stiamo due ore
Siamo in contatto senza contatto
Usiamo la ripetizione senza ripetizione
Possiamo ripetere il vocabolario ma non la struttura
Giochiamo con l’impossibile
(We-go)
We-go è l’ultima parola detta. È la chiave che introduce
un altro livello di comunicazione. Il progetto nasce dalla collaborazione
tra Vincenzo Carta e Benjamin Vandewalle. Grazie alla mancanza di comunicazione
verbale, il materiale generato dal processo creativo diviene esso stesso
vero e proprio mezzo di comunicazione non verbale, avvalendosi dell’esplorazione
di altre intelligenze che subentrano agli schemi razionali.
We-go sviluppa una vera e propria lingua, in tutte le sue articolazioni,
da cui prendono costantemente vita nuovi e rinnovati dialetti. Il materiale
e la struttura sono in costante evoluzione. Punto focale di questa prassi
operativa: “decidere di non decidere”. Questo conduce di per
sé a non reiterare pattern prestabiliti. Si elimina la possibilità
di errore includendo l’incidente come possibilità.
Per We-go non è importante presentare un’idea di corpo in
stato di estasi, ma di impiegare il processo per trasmettere un’esperienza
visivo-sensoriale che non sia direttamente collegata con lo stato dei
due performer, bensì con la composizione visiva che si autocrea
con il raggiungimento di un altro stato di coscienza.
Comunicare una visione spazio temporale alterata, senza l’utilizzo
di espedienti tecnici. Partire dal concetto di rito, crearlo ma non rappresentarlo.
La performance non è dunque la presentazione del rito, ma l’estensione
del processo (che non ha mai fine) al palco, scompare così la barriera
concettuale e formale che separa la creazione dalla presentazione.
Once you have that experience of the presence of life, don’t hang
onto it. Just touch and go. Touch that presence of life being lived, then
go. You do not have to ignore it. “Go” does not mean that
we have to turn our back on the experience and shut ourselves off from
it; it means just being in it without further analysis and without further
reinforcement. Holding onto life, or trying to reassure oneself that it
is so, has the sense of death rather than life.
(Chogyam Trungpa Rimpoche, The Heart of the Buddha, Shambala 1991)
Vincenzo Carta (Siracusa, 1978). Parallelamente agli
studi in architettura a Firenze, si forma come danzatore; studia al Cem
di Lisbona e al Performing Arts Research and Training Studios di Bruxelles.
Mette in opera Elucubrazioni (2001), Audience with solo “a fiction
of democracy” (2003), The Last (2003). Nel 2004 inizia la collaborazione
con Benjamin Vandewalle per il progetto We-go presentato sotto forma di
studio all’It’s festival di Bruxelles, al Sndo di Amsterdam.
Ha danzato con David Hernandez (Bruxelles), Willi Dorner (Vienna).
Benjamin Vandevalle (Wilrijk, Belgio 1983). Si forma
presso la Royal Ballet School (Kba) of Belgium, il Theaterschool di Amsterdam
(Mtd, Modern Theatre Dance) e il Parts di Brussels. Tra gli spettacoli
a cui ha collaborato: Amor Constante (2002) con la coreografia A. T. DeKeerstmaker,
Robert Scott e Achterland (2003) con la coreografia William Forsythe,
Set and Reset (2003) con la coreografia Trisha Brown. La sua prima creazione,
We-Go, nasce nel 2004 dalla collaborazione con Vincenzo Carta; segue nello
stesso anno Performance/Installation #1 and #2, danzato da Theodora Stati
e Sandra Ortega. Nel 2005 mette in scena l’installazione/performance
Isolation Project e Theatre de la Guiloitine.
www.fabbricaeuropa.com

Palestra Itc - Santarcangelo
10 luglio, ore 22.30
durata 35’
Francesca Proia (Italia)
Il non fare
primo studio
ideazione: Francesca Proia, Danilo Conti
coreografia e danza Francesca Proia
progetto di Fabbrica Europa; CanGo - Cantieri Goldonetta; Santarcangelo
dei Teatri
in collaborazione con Parts (performing arts research and training
studios Brussels)
Il lavoro si propone di considerare, attraverso un assolo danzato, la
presenza nello spazio secondo due parametri che sono alla base dello yoga:
l’idea di paradosso e l’idea di ritmo.
Il pranayama, scienza del ritmo appartenente al sistema yoga, fa dello
studio dei circuiti delle forze interiori il suo oggetto principale. Attraverso
un’immersione nel pranayama, e desiderando un tipo di movimento
che dalla fluidità procedesse verso la coagulazione, e una tensione
concentrata a disegnare lo spazio attraverso alcune posture, una danza
destinata a destare negli spettatori uno stato di meditazione sulla forma,
quasi uno stato di assorbimento continuo della forma attraverso un rapporto
di empatia corporea, è concepita la seguente struttura: una donna
condensa la propria materia vitale, quindi la dissolve progressivamente.
La donna, nascondendosi nello spazio, fa quindi il suo ingresso nel mondo
delle forme.
L’essenza di questo lavoro è il “non fare”: un
tempo ed un luogo che si strutturano lentamente da soli; un corpo che
conduce qualcosa che viene, senza agire.
La tensione fisica, intesa come una densità che viene richiamata
in determinate parti del corpo, è inizialmente ciò che rende
possibile l’incontro con lo spazio. Essa, mano a mano che il corpo
ne viene assorbito, diviene progressivamente nulla, diviene minima vibrazione
in un corpo che esplode silenziosamente in frammenti, e la scomposizione
diviene ingresso, passaggio in un’altra dimensione. Assistiamo ad
un’intimità che diventa forma, ad un corpo che diviene residuo,
pietra, privo di vita e perciò perfetto, affinché per lo
spettatore sia possibile l’entrata in un altro mondo attraverso
la visione, e l’accoglimento di forme che hanno in sé un
bagliore di nostalgia per il calore che hanno contenuto. Il corpo assorbe
allora le linee del cosmo attraverso un processo di realizzazione del
ritmo, di integrazione del ritmo individuale in un ritmo indifferenziato,
comune. A partire da ciò ecco che il corpo perde finalmente la
propria identità, per assumere la natura, il colore di ciò
che lo circonda. Immersione nel ritmo diviene perciò immersione
nello spazio, magnetismo, creazione e condivisione del tempo.
A priori, dunque, questa assimilazione dello yogin ad una pianta durante
lo stato di concentrazione non è del tutto inverosimile. La nostalgia
dell’Indiano che pensa al circuito chiuso e continuo della vita
organica – circuito privo di asperità e di momenti esplosivi
(come si realizza al livello vegetale della vita) – questa nostalgia
è un fatto reale.
(Mircea Eliade, Lo yoga)
Francesca Proia studia danza classica e contemporanea,
danza butoh e l’hatha yoga, diplomandosi all’Efoa (Federazione
europea arti orientali) e divenendo insegnante nel 1997. Lo yoga, attraverso
le posture, i micro movimenti, il respiro, l’immobilità,
lo studio del ritmo interno, diventa un importante strumento per la concentrazione
nella danza e per la creazione di un contatto intimo tra il corpo, l’immaginazione
e lo spazio. Collabora con diversi coreografi, tra i quali Monica Francia,
Masaki Iwana e Silvia Rampelli (Compagnia Habillé d’eau).
Dal 1998 fa parte della compagnia Tcp - Tanti Cosi Progetti, approfondendo
la conoscenza del teatro di figura. Sotto la direzione di Romeo Castellucci,
ha danzato in tre episodi della Tragedia Endogonidia di Socìetas
Raffaello Sanzio (Berlino, Londra, Marsiglia, 2002-2004), collaborando
alla creazione delle coreografie. Dal 2000 realizza progetti personali.
Nel 2004 fonda, assieme a Danilo Conti e Antonella Piroli, Studio Muni,
centro di ricerche yoga.
Buio luce buio (2004), presentato alla Fondation Cartier nell’ambito
del programma “J’en reve”, ha ricevuto una menzione
speciale al Festival Iceberg 2005 (Bologna, Biennale Napoli/Santarcangelo
dei Teatri). Il suo ultimo spettacolo, Qualcosa da Sala, creato in collaborazione
con Danilo Conti, è segnalazione speciale al Premio Scenario 2005.
Danilo Conti fonda nel 1990, assieme alla scrittrice
e regista venezuelana Sonia Gonzales, il Teatro Naku (Caracas, Ravenna),
realizzando Angelo (finalista Premio Eti Stregagatto 1992 e Premio Eti
Scenario) Namonina a re, Istantanea. Nel 1994 fonda, assieme ad Antonella
Piroli, attrice e performer, Tcp - Tanti Cosi Progetti che produce, assieme
ad Accademia Perduta, Un castello di carte (finalista Premio Eti Stregagatto
2002), I tre porcellini (finalista Premio Eti Stregagatto 1998 e menzione
speciale per l’animazione delle figure), L'osservatorio di Palomar
(il paese dove non si muore mai), Victor, Hansel e Gretel, Cappuccetto
rosso, Il gigante egoista. Con Tcp, inoltre, realizza Le ore (2003), Il
movimento apparente (2003), Le ceneri di Lola Montes (2000), La punta
dei capelli (1996), Un miracolo superfluo (1994). Collabora inoltre alle
performance di Antonella Piroli (Trabocca, Testa a piedi, Povera una poveretta...).
Dirige il corto in video Le ore che ottiene una menzione speciale al TTV
di Riccione 2004. Con Antonella Piroli cura la regia dei Tre porcellini
in lingua fiamminga per la compagnia Taptoe di Gent e della Famosa avventura
degli orsi per il Teatro delle Marionette degli Accettella. Partecipa
a diverse produzioni di danza contemporanea della compagnia Monica Francia
e a diverse produzioni cinematografiche con i registi Maria Martinelli
(Gertrude, Ammutinamenti da sbarco, Vento divino, Pazi Snaiper, ST/ART
produzioni), Gianfranco Tondini (Zucocek), Massimiliano Valli e Luisa
Pretolani (Tizca, Vaca produzioni), Gerardo Lamattina (Caligola, Metamorfosi),
Edoardo Tagliavini (L’uomo più buono del mondo, Matrioska,
Dollari Dollari). Collabora a diverse edizioni del “Kinder Kino”
del Corto Imola Festival e all’ideazione e realizzazione delle coreografie
di Francesca Proia. Nel 2004 fonda con Francesca Proia e Antonella Piroli,
Studio Muni che debutta con “Apri gli occhi…”, incontri
di yoga, musica, cinema. Nel 2006 realizza, assieme ad Antonella Piroli
Il viaggiatore immobile, prodotto da Accademia Perduta.
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