ROSSO 186 C
Il
cuore è un piccolo muscolo rispetto alla massa di un corpo: voglio
scrivere di Santarcangelo 40 provando a mettere a nudo il cardine rosso
che lo alimenta. Lo immagino come centro propulsore di flussi,
esplosioni e innesti. Un’esplosione crea varchi, fessure, polvere e
macerie… distrugge, ma prepara i territori alla nuova semina, a
coltivazioni alternative e prodigiosi “orti urbani”. Portage propone
come gesto creativo una deflagrazione, atto apparentemente distruttivo
che presuppone una trasformazione profonda, un cambiamento radicale: il
contagio tra fuori e dentro. E ora ho bisogno di atti significanti e
unici, capaci di far saltare in aria quello che è superfluo e di
maniera.
Vedo Santarcangelo 40 come un’esplosione di rosso. Un
colore dimenticato dalla politica e dalla moda. Forse perché troppo
appariscente? O troppo scomodo? È banalmente il colore della passione,
il colore del sangue, il colore della rivolta: lo scrivo con uno
sfrontato senso nostalgico con cui convivo senza vergogna. Vedo i
giovani greci affrontare un armatissimo corpo di polizia con delle
semplici bandiere rosse e mi commuovo. Allora immagino l’insieme degli
artisti come detonatori potenti che, con pochi mezzi e affilate parole,
fronteggiano un apparato istituzionale barricato in se stesso, accecato
dalla propria bramosia di potere. Creano varchi e, a volte, trovano
anche qualche alleato sapiente… Mi nutro di queste immagini per
resistere alla tentazione dell’assopimento, per continuare a credere
nella potenza del rischio.
Questo festival, che non è solo un
festival, si snoda nell’imprevedibile, accoglie come pagina “rossa” in
attesa, proposte che dialogano con le estremità, i margini, le zone di
scambio. Cortili, strade, piazze e abitazioni del paese ospitano
interventi artistici che interrogano il quotidiano, sobillano il quieto
vivere, “sporcano” il teatro con pezzi di mondo scomodi o fuori misura:
rilanciano e amplificano la domanda “Chi è il mio prossimo?” cui
dedichiamo un incontro e una serie di documentari di giovani studenti
di cinema. Questo festival, che non è solo un festival, è raduno,
branco, assembramento di persone vogliose di dialogo tra loro e con
tutti quelli disposti a fermarsi, anche solo per un momento. Essere
indifferenti o partigiani? Chiede al pubblico la performer Valentina
Vetturi. In questa domanda risiede l’urgenza di Santarcangelo
quarantenne: l’attuale governo del paese lucra sull’indifferenza,
relega la cultura e la ricerca alla categoria dell’inutile, decreta la
nostra scomparsa. Non sarà così semplice. Pensiamo all’immenso valore
propulsivo, “singolare e plurale”, che ogni atto artistico detiene in
potenza… Siamo pochi ma tanti.
Abbiamo invitato molti artisti
che agiscono con lo spettatore, abbattono le barriere che nella
convenzione teatrale separano chi “si esibisce” e chi guarda. Un altro
limite esplode e il pubblico tutto diventa attore, parte fondante
dell’opera: i Manifesti rossi attendono proposte, così come i progetti
“Vorrei e potrei” e “Strike!”, e tutti gli artisti presenti che
interrogano il qui e ora da poli diversi del pianeta, dal Giappone, al
Libano, all’Argentina…
Questo festival, che non è solo un festival,
ha un centro rosso infuocato, rosso pantone 186 C, che deborda dal
teatro, espandendosi in più direzioni. È un festival fatto di artisti
che aprono nuove finestre, anziché chiuderle. E, nonostante il clima
cupo e intollerante, ESCono a cielo aperto, si sdraiano e respirano.
Senza paure. Per cercare insieme l’origine e la specificità della
parola festival, che non può essere vetrina ma luogo del rischio, della
scoperta, della messa in gioco, della comunione.
Siamo figli di
un tempo che fa paura per la sua impermeabilità a… a tutto! Un oggi che
urla, che non trova domani bussa dall’esterno e l’arte lo ascolta, e
documenta, e trascrive nei propri linguaggi il multistrato del mondo.
Gesti semplici e meditati, necessari, che gettano le fondamenta di una
comune epifania. Un’esplosione immaginata nel nero del teatro crea
legami profondi con l’esterno, con la luce naturale, con i rumori della
città. Ombre lunghe escono dalle fessure e si arrampicano sui muri a
dismisura, fino a farsi verticali, enormi. Sono di breve durata,
evanescenti come ogni spettacolo, ma possono lasciare solchi indelebili
nella memoria.
E invitare all’azione.
Enrico Casagrande
direttore artistico di Santarcangelo 40
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C’è
qualcosa di folle nell’inventare un festival. Dopo mesi di lavoro è
solo nell’arco di pochi giorni che le energie si tendono al massimo e
che il fuoco a lungo acceso si gonfia ed esplode. Ciò che era ancorato
all’immaginazione adesso prende corpo, e la sorpresa è di tutti. Qui
sta la follia del teatro, dar vita per un attimo all’invisibile e
lasciare che ogni cosa si dissolva. Ma un gesto vivo accende e
continua...
C’è della bellezza, una costante ricerca di bellezza,
nell’inventare un festival, e la bellezza è un vortice crudele, che può
far male, ma illumina, dà luce. Irrompe come qualcosa di enorme, non
per quantità, bensì per qualità di energia, tanta energia.
Se
interrompere il ritmo consueto del consumare (soprattutto per lo
spettacolo e per la cultura) è forse la cosa più difficile oggi, almeno
un po’ di sabbia negli ingranaggi è possibile gettarla, cercando
intanto di lambire un eccesso, di tirare la corda, di allargare
l’orizzonte, abbattendo qualche muro. E questo dando priorità alle
opere degli artisti e a quel prezioso e vitale humus culturale e umano,
oggi tragicamente in via di estinzione, fatto d’incontri, relazioni e
confronti. Non si tratta di generica socialità, piuttosto di
coinvolgere esperienze radicali, di seminare e di funzionare da
incrocio per chi non accetta le cose come sono.
È necessario oggi ripensare all’idea di spazio pubblico
nell’inventare un festival e non è cosa facile. Recuperare l’originaria
dicitura “Festival Internazionale del Teatro in Piazza” come
sottotitolo per il triennio Santarcangelo 2009-2011 è in concreto
tenere viva una domanda, rivolgerla agli artisti e agli spettatori, ai
cittadini e agli stranieri. È uno schiaffo per stare svegli e
riflettere sulle mutazioni profonde del “teatro” e della “piazza” in
questi quarant’anni.
Siamo stati curiosi, credo, non cacciatori di
novità. Essere curiosi è ormai un dovere per non morire o rimanere
soffocati dall’ovvio, dal riconosciuto, dal rassicurante prodotto
medio. E la curiosità di Motus è stata la spinta iniziale per
scardinare porte ed esplorare territori sconosciuti. Queste porte
adesso sono rimaste aperte, per poter entrare e uscire, far esperienza
di qualcosa di diverso, affacciarsi fuori o guardarsi dentro. “Aprire”
vuol dire muoversi di slancio, credere nell’avventura, azzardare quella
“mossa del cavallo” che permette in un attimo di ribaltare gli
equilibri. Non tanto dunque parare i colpi durissimi che arrivano
dall’esterno, dalle tante “crisi” di oggi, tentando arrocchi o alzando
muri, ma fare un salto in avanti e rilanciare, o almeno provarci. Si
guarda fuori accogliendo anche la possibilità dell’errore e
dell’abbaglio, misurandosi sempre con quel moto veloce, perfino
compresso, che hanno le cose. Più veloci dei tempi di oggi, per quanto
possibile, o magari più lenti, per andare a cogliere ciò che il sistema
trascina via, getta ai margini o ignora. Sfogliare questo catalogo con
il lungo elenco dei partecipanti lascia francamente spaesati, perché
gli intrecci e le connessioni sono tante, i modi per attraversare il
festival innumerevoli, le presenze in continua riproduzione.
E
questo grazie alla generosa adesione di tanti entusiasmi. Si è così a
poco a poco costruita più una mappa che un programma, qualcosa di
irriducibile a facili classificazioni, in continuo movimento come le
cose della vita, le cose a lungo immaginate.
Rodolfo Sacchettini
coordinamento critico-organizzativo di Santarcangelo 2009-2011
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Compiere
quarant’anni per un festival di teatro di ricerca è una bella impresa.
Significa che ciò che via via si cercava, si provava o si sperimentava
a Santarcangelo, non aveva in sé il segno della rottura o della sterile
provocazione ma piuttosto quello del cammino instancabile, talvolta
anche mutevole, e dell’onesta esplorazione intellettuale. Insomma,
l’idea originale di Romeo Donati e della sua Giunta, di mettere
Santarcangelo in sintonia con il grande ciclo di cambiamenti culturali
e sociali nati dal Sessantotto, ha avuto la forza di non fermarsi, ha
continuato a scavare con la tenacia della “vecchia talpa”. Sono
cambiati uomini, donne, artisti, direttori, amministratori pubblici, ma
la linea della ricerca è rimasta vitale. Altrimenti non saremmo qui a
celebrare un quarantesimo ricco di un vasto profilo internazionale,
coerente nella scelta delle differenze, vicino alle tensioni della
modernità. Ancora una volta il paese sarà “sconvolto” dalle presenze
del teatro e ancora una volta si parlerà di Santarcangelo nella vasta
tribù, diffusa in tutto il mondo, degli amanti del teatro
contemporaneo. Migliaia di persone attraverseranno ancora il naturale
palcoscenico delle strade e delle piazze del paese, impavesate dalle
immagini dei quarant’anni, alla ricerca dei pensieri e delle
suggestioni che il teatro sa raccontare. La babele delle lingue di
persone arrivate da ogni parte del mondo invaderà gli spazi aperti o
chiusi e sentiremo di partecipare a un momento di tensione unitiva.
Così, anche attraverso il teatro, si rinnova il rito dell’accoglienza
in una terra aperta al mondo, quieta e insieme inquieta, sempre rivolta
al cambiamento. Tutto questo va bene ed è già molto, ma Santarcangelo
deve ancora interrogarsi sul suo rapporto con il festival. Insieme a
una tangibile convergenza con parti importanti della comunità, restano
ampie le distanze con il mondo dell’economia e delle professioni. È
ancora lontana dall’essere condivisa l’idea che il festival possa
essere il biglietto da visita, il marchio di qualità, di una città e
dei beni d’uso che in essa vedono la luce. I Comuni, la Provincia, la
Regione guardano a un forte radicamento sul territorio, a un festival
che matura frutti duraturi, a una funzione di crescita della cultura
teatrale nell’intera provincia. Anche se i tempi non sono grati, la
volontà è viva.
Giuseppe Chicchi
presidente dell’Associazione Santarcangelo dei Teatri