Non so se possa definirsi esperienza comune, ma quando un suono mi commuove, io vedo. In realtà nulla cambia nello spazio intorno a me, se non la forma dei pensieri; a volte si origina una storia che si spegne quasi subito, altre volte si apre un piccolo squarcio e il mondo torna a essere visibile, solo filtrato da una specie di amnesia.

Tutto accade all’improvviso e per poco tempo, come quando comincia e poi cessa il canto di un uccello, subito riassorbito dalle foglie più alte da cui proveniva. Nulla è più vicino, nulla è più chiaro, ma lo spazio rimasto immutato subisce un movimento che la memoria può custodire. Sì. Erano le foglie a cantare.
Mi riferisco all’azione concreta, alla completa presenza, senza prima né dopo, dell’esperienza estetica, non al contemplare ascetico. Vedere un suono. Vedere contro credere.
Per alcuni di noi il suono, come una macchina che esce dallo spirito, può concepire e manifestare la forza di uno spazio, può renderlo possibile, visibile; come succede in teatro con la prima luce che appare sul palco, capace di creare un luogo gravido di promessa.
Santarcangelo 39 parte da qui, da questa angolazione percettiva che la musica ci presta, e il teatro è la camera dove avvengono le metamorfosi causate dallo scambio tra sentire e vedere.
Proprio qui, nella prima città italiana che, pur non avendo un solo edificio teatrale, ha creato un festival di teatro trentanove anni fa, gli Artisti sono stati invitati ad occupare i suoi giardini, le sue case e i suoi recessi; nella dilatazione e nella curvatura della loro visione non si creano spazi nuovi, ma si vede quello che c’era già, con occhi nuovi.
Per questa ragione occuperemo Santarcangelo, e per vederla immensa dovremo camminare e spostarci lungo i percorsi tracciati dal disegno delle opere che prenderanno corpo solo qui; infatti fino al giorno in cui verranno alla luce, le opere resteranno sconosciute, custodite nel nascondimento dell’immaginazione dell’artista. Cammineremo così tra gli spazi utilizzando la sensazione immediata delle forze perdute,
la stanchezza, come forma di conoscenza che piega gli arti e curva la traiettoria seguendo lo stato gassoso della musica nella sua produzione continua di spazio. A viva forza questo Festival affronta il tema del fallimento che deriva proprio da questa evanescenza della musica che si promana per eclissi. Si potrebbe dire che non c’è niente fino ad ora. La forza di questo Festival - se ce l’ha - sarà la musica, che si arrende alla forma impressa da ogni cenno creativo di colui che l’ascolta, come la cavità d’aria che avvolge l’attore sulla scena.
Ecco, alla fine volevo dire solo questo: l’artista sei tu, spettatore.
E forse anche questo: artista, tu sei cittadino.

Chiara Guidi
direttore artistico di Santarcangelo 39


La talpa del pensiero drammatugico ha esplorato le viscere della collina cava di Santarcangelo e ne ha tratto un rigoroso programma per dare vita, ancora una volta, a uno dei festival più longevi del teatro contemporaneo.
L’aggettivo "rigoroso" mi è suggerito dal ben noto stile di lavoro di Chiara Guidi che firma il festival collocandolo sull’estrema frontiera delle discipline artistiche dove voce, suoni, musica, scene si confondono, superano il loro specifico e diventano teatro. Come sempre accade il rigore implica e infine si nutre dell’eccezione.
Ecco allora che dalle fessure inevitabilmente socchiuse della struttura del programma, irrompe lo sciame di una drammaturgia spontanea, quella del progetto "Immensa" che nel suo "disordine" accompagna e in qualche modo sfida il programma ufficiale del festival. Il paese di Santarcangelo è il palcoscenico sul quale tutto ciò accade. Uno dei segreti della longevità del festival sta nell’unicità della struttura urbana del paese, del centro storico, nella devozione quasi religiosa con cui i suoi abitanti lo vivono. Perciò il festival tornerà a occupare i luoghi pubblici, gli spazi di ciò che è "comune". Nelle piazze, lungo le scalinate, nelle grotte, si rinnoverà con il teatro il rito della conoscenza di sé e degli altri. Il paese sembra pensato per fare teatro e, come ha acutamente notato Chiara Guidi, è capace di "risuonare" come il palcoscenico delle origini della drammaturgia. Come allora, il "dramma" deve tornare a svolgere il ruolo di impresa "civile", di levatrice del sentimento di cittadinanza universale. Ma c’è un ulteriore aspetto che va richiamato. In questi lunghi anni a Santarcangelo, in occasione del festival, si sono affacciati migliaia di giovani. Molti di loro hanno raccolto il messaggio che attraversava le piazze del paese e hanno scelto il teatro come esperienza di vita. A loro volta hanno diffuso quel messaggio nelle loro opere e nei loro lavori. Possiamo dunque dire che Santarcangelo è il luogo remoto di una comunità di artisti sparsa in tutto il mondo, a essi ha dato e da essi riceve la forza e la creatività necessari per proseguire.
Il merito delle istituzioni del territorio è di avere saputo assecondare questo cammino. La "paternità discreta" delle istituzioni fa sperare nel futuro perché si sa che per andare avanti si deve crescere ancora.

Giuseppe Chicchi
presidente dell’Associazione Santarcangelo dei Teatri


La Scuola Fonica
Quando incontrai per la seconda volta Chiara Guidi, lei cercò di spiegarmi una sua visione: “Vorrei fare un lavoro con i bambini, trasformare un’aula scolastica e riempirla di microfoni, amplificare tutto. Vorrei una scuola fonica”.
Io esplodo a ridere di ispirazione e, qualche mese dopo, le propongo questo sottotitolo per Santarcangelo 39: “La Scuola Fonica”, con il quale si poteva anche teorizzare una nuova, e inventata, corrente artistica, ma la cosa non fu da lei accolta.
Per quanto la parola “scuola”, nella mia storia, abbia quasi sempre corrisposto a un problema, “La Scuola Fonica” aveva acceso qualcosa, pensavo a essa come a una scuola che amplifica, che cerca l’essere tra le tenebre e le stelle, fuori dalle discipline, per una nuova disciplina; e, in quanto tale, potevano rientrare inconsapevolmente in quella corrente gli ospiti del festival.

Il teatro pare più adulto, la musica più infantile.

In un altro incontro con Chiara, lei con fare scherzoso mi dice: “Voi della musica concedete troppo alla musica”.
Io le rispondo: “E voi del teatro volete tutto troppo confezionato e vi perdete molta musica”.

Con Chiara c’è stata da subito una certa comunione di idee, di visioni.
I nostri punti di partenza sono distanti, come forse la musica e il teatro, ma spesso mi ha parlato di teatro come io ho scritto di musica sui quaderni di AngelicA, il Festival Internazionale di Musica che ho inventato insieme a Mario Zanzani nel 1991. E questo mi ha reso ancora più partecipe alla missione che ci aspettava.

Che cosa possiede la musica – o chi la canalizza – del teatro?

Nel tempo, il mio approccio al teatro era quello di chi cercava la musica fuori dal testo, fuori dalla comprensione drammaturgica, come se mi parlasse qualcosa che non era nella storia, ma nel suono, nel percorso del suono.

Pensavo allo spirito del suono, o meglio che il suono è spirito, quasi come un pensiero spedito nello spazio; ci aiuta a intravedere ciò che è ancora invisibile: qualcuno ti pensa e ricevi un suono. Nella potenza della parola.

Perché cerchi la musica se vedi il teatro?

È un dare forma all’invisibile, dare vita a ciò che si nasconde per rovesciare la formalità che sta tra le cose, compresa la formalità che può esserci nella fruizione.

Certo scomporre le cose offre nuove costruzioni; forse rompere il teatro per comporre nuova musica.

Anche con questi pensieri ci siamo animati.

Sono gradini di consapevolezza di un cammino in salita.

Massimo Simonini
collaboratore alla direzione artistica di Santarcangelo 39


Santarcangelo 39 è opera di una piccola comunità provvisoria, riunita attorno a una visione politica ed estetica - attenta quindi a città e bellezza - che per compiersi ha scelto di creare al proprio interno un coordinamento critico-organizzativo. Un nucleo cioè che sappia assumersi le responsabilità legate alla "messa in crisi" ma anche alla "cura" della visione nel suo farsi, prima concorrendo a precisarla e quindi lavorando per trasmetterla, anche silenziosamente, a una moltitudine di altri pensieri, occhi, mani, volti.
Questi occhi, queste mani e questi volti, oggi affaticati ed entusiasti, hanno abitato un’idea, mettendovi in discussione la propria pratica, agendovi con coraggio il proprio punto di vista e cercandovi ogni giorno nuove possibilità di senso.
Oggi il nostro lavoro vi viene consegnato. A voi, spettatori immaginati e attesi, spetta il compito - altrettanto responsabile e gioioso, altrettanto necessario - di innescare questo festival, di dargli corpo e farlo vivere. In questo modo, in questa pratica partecipata che inventa mondi oltre la superficie del reale, in questo esercizio ostinato di uno sguardo che non si rassegna a essere coniugato al singolare, si misura il senso di un agire teso a nutrire il legame tra il desiderio e la realtà e a creare un luogo, un tempo, in cui si possa essere non solo adiacenti ma anche prossimi.

Silvia Bottiroli
coordinamento critico-organizzativo di Santarcangelo 2009-2011


Santarcangelo 2009-2011 vede alla direzione del festival tre artisti dalle poetiche molto diverse e apparentemente inconciliabili. La nostra scommessa sta proprio qui: nel riunirci in un nucleo allargato, dove la vocazione visionaria, quella teorica e quella organizzativa si fondano in un unico corpo, e nel coniugare la radicalità delle singole visioni con la condivisione di un orizzonte in cui possa collocarsi la ricchezza di questo festival, luogo di pratiche teatrali differenti e di sperimentazione corpo a corpo con la società.
Pensiamo a un festival che non si tiri indietro davanti alla sfida di incrociare il presente, consapevoli che tale sfida possa avvenire solo sotto stili e linguaggi differenti; e se la terna dei direttori può far pensare a una staffetta siamo qui a sottolineare l’andamento unitario del nostro triennio, centrato su alcuni punti comuni sui quali lavoreremo insieme fino al 2011:

1.
L’ideazione di un coordinamento critico-organizzativo triennale composto da Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci.
2. L’avvio di un sistema di residenze da svolgersi nello spazio tra i festival, per dare occasione ai gruppi che lo vorranno di confrontarsi con noi e col coordinamento, nel vivo della pratica scenica, e per porre come centrale la questione della trasmissione del sapere scenico.
3. Il ritorno alla piazza, guardando alla tradizione di questi trentanove anni di festival, ai cittadini.
4. La scelta di una grafica comune per l’intero triennio, ad opera di un disegnatore che lavora a stretto contatto con la direzione artistica.
5. Lo slancio verso la costruzione di un teatro a Santarcangelo, pensata attraverso un recupero architettonico, antico desiderio mai realizzato.
6. La creazione di un’ospitalità a basso costo, perché si possa partecipare al festival con facilità.
7. La condivisione delle relazioni nazionali e internazionali delle nostre compagnie a favore del festival.

Ogni annualità avrà quindi il suo “colore” specifico, dato dal direttore che si incaricherà del disegno: ma come nella costruzione di un polittico a più ante, l’“opera” nascerà dal concorso di sguardi diversi e di un unico fare.



Direzione artistica Chiara Guidi (2009), Enrico Casagrande (2010), Ermanna Montanari (2011)
Coordinamento critico-organizzativo Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini, Cristina Ventrucci
Organizzazione Simona Lombardini
Produzione Sonia Bettucci
Ufficio stampa Alessandra Farneti, Serena Terranova, Chiara Vandi
con la collaborazione di Debora Pietrobono
coordinamento Cristina Ventrucci
Accoglienza operatori Silvia Bottiroli, Lucia Oliva
Amministrazione Tonino Rossi
Fund raising Ludovica Parmeggiani


Chiara Guidi/Socìetas Raffaello Sanzio 2009
Enrico Casagrande/Motus 2010
Ermanna Montanari/Teatro delle Albe 2011